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sabato 10 aprile 2010

UN'ATOMICA AMICIZIA


Berlusconi vola a Parigi con 7 ministri al seguito. Parte la seconda fase della collaborazione sul nucleare che prevede la costruzione in Italia di 4 centrali a partire dal 2013 da 5 miliardi di euro ciascuna

Il dibattito sulle forme di governo oscura il 28esimo vertice italo francese. La seconda puntata della storia d'amore nucleare tra Parigi e Roma, ieri, è finita in secondo piano facendo largo ad nuovo protagonista: il semipresidenzialismo.
La suggestione dall'Eliseo, in effetti, deve essere stata troppo forte per resistere al fascino del potere repubblicano dal retrogusto borbonico: «L'Italia è interessata a una riforma dello Stato sul modello del semipresidenzialismo francese», ha detto il premier Silvio Berlusconi, che ha aggiunto: «Ma senza doppio turno perché va bene la legge elettorale che già ha». Una stoccata, quella sul sistema elettorale, rivolta al presidente della Camera Gianfranco Fini che giovedì scorso aveva dimostrato una certa insofferenza verso l'indicazione di modelli costituzionali senza i dovuti adeguamenti alla legge elettorale.
Oltre alla premura di aprirsi la strada al Quirinale, ieri il premier ha lavorato, insieme a sette ministri italiani, alla conclusione della seconda fase dell'accordo di collaborazione sul nucleare siglato nel vertice di Roma del febbraio 2009 e ampliato ieri a Parigi.
Così negli incontri avvenuti tra i ministri dell'Energia e dell'Ambiente di entrambe le nazioni la collaborazione si è allargata a diversi settori (sicurezza e formazione accademica) e diversi attori. Protagonisti assoluti degli accordi che daranno il via, a partire dal 2013, alla costruzione di almeno 4 centrali nucleari sono Enel, la francese Edf, Ansaldo Energia e Ansaldo Nucleare (quest'ultime entrambe di Finmeccanica) che hanno firmato un memorandum per lo sviluppo dell'energia atomica «il cui obiettivo è quello di valorizzare il ruolo dell'industria italiana nella realizzazione delle nuove centrali», smentendo quindi chi bolla l'accordo come "bidone" rifilato dai cugini francesi tutto a vantaggio delle loro casse.
Ogni centrale costerà «almeno 4,8 miliardi di euro - spiega il fisico nucleare Erasmo Venosi -, un prezzo cristallizzato che non tiene conto dell'aumento dei costi nel tempo del denaro, del carburante e degli impianti di raffreddamento. Impossibile, quindi, che il prezzo non aumenti superano di molto i 18,4 miliardi complessivi ». Nessun dubbio poi sulla sicurezza, se ce l'hanno loro possiamo averlo anche noi. A breve quindi partirà una campagna di comunicazione per rimuovere "i pregiudizi ideologici" degli italiani sul nucleare. «Le centrali francesi - ha affermato Berlusconi rispolverando un vecchio cavallo di battaglia - sono vicine all'Italia e un eventuale pericolo ricadrebbe anche su di noi». Affermazione, questa, più che smentita da molti esperti che fanno notare come ad ogni centrale corrispondano diverse zone di pericolo (indicate nelle mappe tecniche con colori diversi) la cui intensità diminuisce in via proporzionale alla distanza dalla centrale.
A ricordare che gli incidenti nucleari non sono necessariamente tutti della portata di Chernobyl sono le associazioni antiatomo francesi, Greenpeace in testa, che denunciano non solo i continui incidenti che avvengono nelle centrali francesi, ma anche lo smaltimento illegale e criminoso delle scorie che dal Mare del Nord vengono imbarcate verso la Russia, con la scusa di essere recuperate, quando in realtà vengono abbandonate a cielo aperto in diverse zone della Siberia.
Un problema, quello delle scorie, che l'Italia non ha ancora affrontato apertamente. Gli scarti delle vecchie centrali, infatti, secondo un accordo del 2007 vengono smaltiti in Normandia a Le Hague, per la gioia degli abitanti della zona che hanno visto il proprio territorio trasformarsi nella pattumiera nucleare d'Europa, in futuro invece, secondo l'accordo del 2009, resteranno nelle centrali italiane, in attesa dell'individuazione di un grande sito di stoccaggio nazionale. Un problema che forse non riguarderà più il premier che punta dritto al Quirinale.

Susan Dabbous da Terra

martedì 9 marzo 2010

REATTORI EPR A RISCHIO CHERNOBYL. L'EDF FRANCESE LO SA E NON LO DICE


Mistero sulla mancata pubblicazione in Gazzetta ufficiale del decreto che stabilisce i criteri sulla localizzazione degli impianti. Greenpeace rende noto un rapporto sulla sicurezza dei reattori d'Oltralpe in cui si evidenzia che abbassare la potenza al minimo rende possibile la stessa meccanica dell'incidente di Chernobyl. I Verdi: «Sui siti hanno già deciso»


Il nucleare italiano non ingrana. A un mese dalla firma di Napolitano del decreto sulla localizzazione delle nuove centrali, non c'è stata ancora la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale che lo farebbe entrare in vigore, come denunciano ieri i senatori Francesco Ferrante e Roberto Della Seta del Pd.
A gelare l'atomo casareccio sono naturalmente le elezioni regionali e la reazione a dir poco tiepida - in tempi di ricorso alle urne - dei candidati del centrodestra. Ma un'altra tegola sta precipitando sulle sorti del nucleare alla Scajola, nonostante solo ieri il ministro dell'Economia abbia tuonato dalla Francia - dove è in corso la conferenza dell'Ocse sul nucleare civile - che «il programma nucleare italiano procede nei tempi previsti » e che quindi i lavori per la prima centrale italiana saranno avviati entro il 2013.
Il network antinucleare francese Sortir du nucleaire, infatti, ha messo le mani su documenti dell'Edf che mostrano una crescente preoccupazione su alcune caratteristiche tecniche dei reattori Epr.
La tecnologia scelta dal governo italiano per costruire le quattro centrali avrebbe - secondo i documenti fatti filtrare - un difettuccio: a differenza di quanto giurato e spergiurato, può esplodere per una reazione interna al nucleo, con una meccanica simile a quella che si è prodotta nell'ormai lontano 1986 a Chernobyl. «Anche noi che abbiamo denunciato tutti i rischi del nucleare siamo sobbalzati sulla sedia», spiega il direttore di Greenpeace Pippo Onufrio. «Secondo i documenti resi noti, nelle centrali Epr ci sono delle modalità operative per alzare e abbassare la potenza dei reattori che possono portare a un'espulsione delle barre di controllo della reazione atomica e quindi a un incidente esplosivo all'interno del guscio. Non solo. Dalle comunicazioni interne della stessa Edf, si evince che in Finlandia, dove si sta realizzando dal 2005 la centrale di Olkiluoto, il governo e l'agenzia atomica non sono stati informati di questa possibilità dalla costruttrice Areva, la stessa che verrà a fare i reattori in casa nostra».
In buona sostanza, se si mettono al minimo i motori della macchina nucleare, si rischia un'esplosione, secondo quanto reso noto da una nota Edf sul Rapporto preliminare di sicurezza in cui si prevede la possibilità di provocare una «reazione di criticità », il meccanismo che ha messo in moto il disastro di Chernobyl. «Queste modalità operative sono state introdotte per abbassare i costi di gestione adattando la potenza del reattore alla richiesta della rete», spiega ancora Onufrio. Ma a preoccupare è anche la reticenza assurta a sistema.
Il presidente dei Verdi Angelo Bonelli ricorda che «Scajola ha chiuso in cassaforte l'elenco dei siti dove verranno realizzate le centrali nucleari. Il 19 novembre 2009 Enel e Edf, in un incontro romano, hanno chiuso la lista delle proposte. In base alla legge che reintroduce il nucleare in Italia, sarà l'Enel insieme a Edf a proporre al governo la localizzazione delle centrali nucleari in Italia».
E a quanto pare, a decidere se rischiare sulla pelle di tutti gli italiani.

Simonetta Lombardo da Terra

mercoledì 24 febbraio 2010

"NUCLEARE, PIU' TUMORI E LEUCEMIE NEI BAMBINI"


Parla Giuseppe Miserotti, presidente dell'Ordine dei medici di Piacenza e membro dell'Isde: «Le centrali producono trizio, iodio 131 e plutonio. Che, se inalato in una sola frazione di milligrammo, è letale per una persona»

Giuseppe Miserotti è il presidente dell'Ordine dei medici di Piacenza e il referente dell'Isde, l'associazione dei medici per l'ambiente affiliata alla International society of doctors for the environment.
Lo incontriamo a Napoli, a margine del convegno "Salute, ambiente e prevenzione primaria". E il suo è, allo stesso tempo, un monito per la categoria e per la società. «I problemi sanitari del nucleare non vengono mai dibattuti e sono poco conosciuti anche dai medici». In questa realtà, avvertono dall'Isde, ha sempre meno senso cercare di curare le persone quando l'ambiente che le circonda continua a essere nocivo.

Quante sono e cosa producono le centrali nucleari?
Le centrali elettronucleari sono a oggi 441 nel mondo, alle quali corrisponde il 17% della produzione elettrica totale.
Innanzitutto distinguiamo tra funzionamento in condizioni normali e problematiche radioattive relative agli incidenti. Il primo problema è costituito dal trizio, idrogeno a massa pesante, tre volte di più dell'idrogeno normale. Questo gas si forma di norma negli strati alti dell'atmosfera per azione dei raggi cosmici sull'azoto e sull'ossigeno; una parte contribuisce a determinare il fondo radioattivo naturale. Ma ora la maggior parte del trizio presente sul nostro pianeta è di tipo antropico. Cioè prodotto dalle attività umane.
Negli ultimi anni la quantità di trizio è aumentata enormemente. E' definito un tossico di classe quarta dalla legge. In una centrale si produce un atomo di trizio ogni 10mila fissioni al secondo.

Il trizio poi dove va a finire?
Viene assorbito sia per ingestione, perché entra nella composizione degli alimenti, nonché sotto forma di acqua triziata, che per inalazione. Uno studio del governo tedesco ha dimostrato come vi siano aumenti d'incidenza di leucemie, in particolare nei bambini, e tumori vicino le sedici centrali nucleari del Paese, finanche a distanze di 20-30 chilometri da questi impianti.
Le donne in gravidanza possono assorbire radiazioni: le staminali del feto sono sensibilissime e subendo una prima radiazione vi sarebbe una specie di preparazione proleucemizzante del clone; successive radiazioni potrebbero provocare la malattia.

Quale può essere il meccanismo ipotizzato per queste patologie?
Il destino di molti di questi bambini si giocherebbe ancora quando sono in utero. Uno studio fatto in Romania mostra la quantità di trizio trovato nel latte. E la catena alimentare, peraltro, è caratterizzata dall'imprevedibilità dell'assorbimento.
La distanza dalle centrali condizionerebbe la quantità di trizio assorbito; vi sono studi pubblicati che tuttavia evidenziano come quantità di trizio non trascurabile possano ancor essere significative a distanze di centinaia di chilometri dall'impianto nucleare. Il trizio cade sotto forma di vapore acqueo, e ha una grande importanza nella formazione delle piogge acide. Il trizio e il carbonio 14 vengono eliminati in situazione di normale funzionamento dai camini dove vengono trasportati nella troposfera, sono fortemente solubili, interferendo con l'uomo. Il trizio si concentra nel sangue e rimane nell'uomo, nella matrice organica in cui si è coniugato e vi persiste praticamente per tantissimo tempo a seconda della costituzione fisico-chimica dei diversi tessuti e del tipo di radionuclide.

Le altre sostanze prodotte quali sono?
Il cesio (che ha un'emivita di 30 anni), lo stronzio 90 (28), lo iodio 131 (di 8 giorni ma con variabilità enorme, influenzato dall'età e dalle caratteristiche della persona) e il plutonio, che è un inevitabile prodotto delle centrali (25mila anni) e il carbonio 14 (5.700). Nei reattori delle centrali con le reazioni fissili, infatti, si forma anche il plutonio. Se inalato, anche in sola frazione di milligrammo, è letale per una persona. Anche lo iodio viene assorbito nella catena alimentare.
La tiroide dei bambini è talmente "golosa" di iodio che l'assorbimento è velocissimo. In uno studio di qualche anno fa (dati Cnr sugli effetti di Chernobyl) si vede che dal 1987 in poi c'è un aumento lineare negli adulti e, dato su cui riflettere, ce n'è uno molto più importante, da un punto di vista dell'incidenza del cancro alla tiroide, nei bambini. Negli adolescenti si è avuto un assorbimento a linearità intermedia.

Cosa c'era di particolare in queste malattie?
Quando evidenziata, la patologia si trovava in uno stadio molto più avanzato e si presentava con metastasi linfonodali e polmonari con una frequenza molto superiore alla media; questi tumori erano molto più aggressivi. Un'altra patologia studiata sempre a Chernobyl è la cardiomiopatia da cesio, che ha generato infarti senza fenomeni infiammatori (gli studi sono quelli del dottor Yuri Bandazhevskij). L'Oms ha sempre ammesso che Chernobyl ha prodotto 4.000 vittime.
Sono andato a vedere cosa ha detto Eugenia Stepanova, una ricercatrice del centro scientifico del governo ucraino: «Siamo pieni di caso di cancro della tiroide, mutazioni genetiche che non sono state registrate nei dati che erano sconosciuti venti anni fa». E ancora il vicecapo della commissione di valutazione per la radioprotezione: «Abbiamo studi che dimostrano come 34.499 persone, di quelle che partecipavano alla ripulitura, sono morte di cancro». Il tasso di mortalità è aumentato del 30%.
Queste informazioni sono state ignorate dall'Aiea, l'Agenzia internazionale per l'energia atomica, ente nato sostanzialmente per la promozione del nucleare civile nel 1957 cui aderiscono 137 Paesi. Aiea ha una peculiarità che pochi conoscono. A essa, in tema di nucleare, deve rendere conto la stessa Oms. Con un aforisma potremmo dire che "non si muove foglia sul nucleare che Aiea non voglia".

E i piccoli incidenti?
Solo nel 2007 ci sono stati registrati 942 incidenti cosiddetti "minori". Quindi non è che siano così rari come qualcuno sostiene. Incidenti che, peraltro, vengono quasi sempre nascosti. In Spagna hanno dato notizia di un incidente sei mesi dopo che era accaduto. In Francia hanno sconfessato apertamente alcuni studi scientifici che avevano dimostrato come si era verificato un aumento delle leucemie nei bambini nei pressi degli impianti.
Dal 1980 al 2005, i casi di cancro della tiroide in Francia sono aumentati negli uomini del 433 per cento e nelle donne del 186% (Joseph J. Mangano, direttore del Radiation and public health project di NewYork).
Negli Stati Uniti il 29 gennaio scorso si è scoperto che in una falda di una centrale americana (Vermont Yankee) il trizio presente è mille volte superiore rispetto a quello ammesso dall'Epa, l'agenzia americana, peraltro molto più restrittiva di quella europea. Questo trizio, ora, è in una falda di controllo, ed è monitorato. Ma se dovesse arrivare in una falda di acqua potabile....
Altro esempio: sui seimila km quadrati di Chernobyl non ci potranno più essere attività a causa della prolungata contaminazione. Ho calcolato che un eventuale incidente alla centrale di Caorso avrebbe potuto causare la "contaminazione" di tutta la Val Padana, che produce oggi il 40% delle nostra produzione alimentare.

Che risponde a chi dice che le centrali non inquinano?
Purtroppo il mondo della scienza tecnologica è molto più avanti di quello della scienza pura, quello che fa ricerca, per cui essendoci fortissime motivazioni di interesse economico si tende a utilizzare tecnologie senza sapere, a distanza di anni, quali ricadute possono esservi. Il medico moderno, oggi, ha la grande responsabilità di dover studiare,conoscere bene queste problematiche, perché la prevenzione si fa avendo il dovere etico di dire - quando occorre - dei no rispetto a dei sì. E a molti medici dico anche: facciamo di tutto per uscire dal conflitto d'interessi.
Io faccio il medico di famiglia ed è per me motivo di grande scoraggiamento capire che in questi anni io divento sempre più il meccanico di un'automobile nella quale devo cercare di salvare il salvabile. Non riesco più a fare il medico, ad avere davanti una persona e aiutarla nella direzione della prevenzione della malattia.

Cosa dovrebbe insegnare l'esperienza?
A rinunciare a questi sogni di grandezza che, oltretutto, sono antieconomici. Il decommissioning delle centrali ha costi elevatissimi e tempi non prevedibili.

E poi ci sono i costi umani e sanitari...
Che valore diamo alla vita di un bambino che muore di leucemia per una causa evitabile? La prevenzione della salute in relazione all'ambiente è, oggi, anche un dovere previsto dall'Art. 5 del Codice deontologico dei medici. La verità è che sono troppi gli interessi in campo per il nucleare. Ma noi medici dobbiamo curarci della salute dei cittadini. Il resto m'interessa molto meno.

Valerio Ceva Grimaldi da Terra

mercoledì 10 febbraio 2010

NUCLEARE, I VENTIMILA DI MONTALTO

La mobilitazione nel Lazio tra gli anni ‘70 e ‘80. Come gli ambientalisti smascherarono l’inganno atomico

Eravamo in ventimila il 20 Marzo 1977 per “la festa della vita” a Pian dei Cangani, sul luogo scelto per la centrale atomica di Montalto di Castro. Erano gli anni in cui si moltiplicavano i comitati antinucleari, dal Piemonte alla Campania, il dissenso in Italia crebbe fino ad assumere dimensioni di massa. Dissenso che diede inizio alla battaglia sulle scelte energetiche, che ha attraversato l’Italia dalla metà degli anni ’70 fino agli anni ’80. Gli ambientalisti, smascherato l’inganno del sovradimensionamento della domanda di energia che giustificava i piani faraonici di offerta della stessa (Donat Cattin propose di costruire 20 centrali nucleari) incisero sulle scelte di politica energetica soprattutto in merito alle fonti di approvvigionamento. Molte richieste come il No al nucleare e altre battaglie ecologiste portate avanti nei primi anni ’80, furono sostanzialmente accolte almeno fino al 2000. Tutto il discorso su un modello energetico alternativo, basato sul risparmio energetico sulle fonti rinnovabili fu invece trascurato dai governi che si sono succeduti, con gravi ritardi rispetto ad altri paesi europei. Il 28 Marzo 1979 un gravissimo incidente nella centrale nucleare di Three Mile Island in Pennsylvania, provocò il rilascio di una quantità significativa di radiazioni. Il mondo temette per mesi una catastrofe di proporzioni immani. Crebbe la sfiducia nell’opinione pubblica nei confronti dell’utilizzo del nucleare. Il 28 Aprile del 1986, uscendo per una passeggiata, il cielo era plumbeo, gravido di scure nubi, aria pesante, atmosfera irreale. Rientrai subito, in preda ad uno strano presentimento. Di sera trapelarono le prime notizie del disastro di Chernobyl (che il governo sovietico aveva nascosto per due giorni) quando le prime nubi cariche di radioattività iniziarono a diffondersi per tutta Europa. Era accaduto il più grave incidente nucleare della storia in Ucraina, con l’esplosione, lo scoperchiamento del reattore e con fuoriuscita di una nube di materiali radioattivi. La contaminazione di vaste aree intorno alla centrale rese necessaria l’evacuazione ed il reinsediamento in altre zone di circa 336.000 persone. Il bilancio ufficiale, redatto da agenzie dell’Onu, fu di 65 morti accertati e di altri 4000 presunti per tumori e leucemie su un arco di 80 anni. Tale bilancio fu contestato da associazioni antinucleari internazionali fra le quali Greenpeace che presentò una controstima di circa 6 milioni di decessi su scala mondiale nel corso di 70 anni. La tragedia di Chernobyl, sopportata con grande dignità dalle popolazioni dell’ Ucraina e della Bielorussia, rafforzò e fece crescere i movimenti antinucleari nel mondo. In Italia incominciammo a raccogliere le firme per l’indizione di un referendum contro le centrali atomiche. L’8 ed il 9 Novembre 1987 si svolse il referendum che dette un risultato straordinario: l’80% della popolazione italiana si espresse contro ed il governo deliberò la moratoria nell’utilizzo del nucleare da fissione quale fonte energetica. Fu una grande vittoria. Oggi il governo Berlusconi ha formalizzato la scellerata decisione di ritornare al nucleare. Rischi di tragici incidenti e di anomalie di funzionamento, problema delle scorie (che nessuno sa realmente risol- vere, a meno che non pensiamo di mandarle in Africa, contaminando territori di popolazioni ignare e innocenti), smantellamento ed interramento delle centrali, militarizzazione dei territori su cui sorgono le centrali, bastano per ribadire il no al nucleare. Cosa fare per contrastare la scellerata ed antidemocratica decisione del centrodestra? Dobbiamo, ricalcare i movimenti degli anni ‘70 ed ‘80, cercare di incidere a livello politico e, soprattutto, culturale, utilizzare il web, inventarci nuove forme di comunicazione, imporre, la nostra presenza sui media e soprattutto scuotere una opinione pubblica oggi assonnata e rassegnata, ma non insensibile ai problemi della salute, della salvaguardia del pianeta e del futuro delle giovani generazioni.
Maria Boncompagni da Terra

lunedì 25 gennaio 2010

Il Governo ha impostato sull’informazione la strategia di acquisizione del consenso sul ritorno al nucleare. Lo dice espressamente l’art 25 della nuova legge : “Opportuna campagna di informazione alla popolazione con particolare riferimento alla sicurezza e alla economicità”. Sull’argomento il discrimine tra informazione e propaganda è molto labile e corposissimi sono gli interessi in campo. Ma importantissimi elementi d’informazione sull’argomento sono taciuti.
Le “cose non dette” sul nucleare riguardano la responsabilità civile e il sistema di misurazione dell’energia nucleare. Il regime giuridico internazionale per il settore poggia su due strumenti: lo Joint Protocol adottato nel 1988 e il Protocollo alla Convenzione di Vienna, entrato in vigore nel 2003. La Convenzione di Bruxelles nel 2004 ha stabilito nuovi limiti per la responsabilità di coloro che gestiscono attività nucleari, pari a 700 milioni di euro. I costi di Chernobyl ammontano a centinaia di miliardi e quindi il limite alla responsabilità equivale a stabilire che sono gli Stati a sopportare gli oneri in caso d’incidente. Negli Usa il Price-Anderson Act pone a carico della collettività la responsabilità civile per eventuali incidenti. Incredibilmente anche la direttiva europea 35/2003/CE sul danno ambientale esclude il settore nucleare dall’ambito di applicabilità della direttiva stessa. Nel 2003 un Rapporto (Solutions for environment economy and technology) della DG Ambiente (UE), stima che Electricitè de France (EdF), se dovesse sottoscrivere un’assicurazione sui rischi dei reattori, il costo del Kwh nucleare crescerebbe di tre volte! Nel gennaio 2005 la Corte dei conti francese ha scoperto che a fronte di 13 miliardi di euro di accantonamenti dichiarati da Edf per lo smantellamento delle centrali nucleari e per la gestione delle scorie radio attive, esistevano solo 2,3 miliardi di attivi effettivamente dedicati allo scopo. Questi esempi mostrano come il nucleare sia un’industria in cui è facile scaricare i costi sul futuro e sulla collettività. Si dimostra altresì che l’industria nucleare non potrebbe competere sul mercato con altre fonti di energia se dovesse farsi carico dei costi assicurativi. Sul sistema di contabilità il nucleare è considerato come una fonte primaria e questo consente di moltiplicare per tre il suo contributo rispetto a eolico, fotovoltaico e idrico. Questo equivale a considerare il calore scaricato nell’acqua o nell’aria come energia primaria e computata per il calcolo dell’incidenza dell’energia nucleare tra le varie fonti. Sembrano inutili tecnicalità ma consentono di “alterare” l’informazione quando si certifica che il nucleare incide globalmente per il 6% dell’energia primaria. In realtà il suo contributo è di un misero 2%! Una corretta informazione sul “nuovo” nucleare nel fare riferimento al costo del Kwh prodotto dal reattore in costruzione in Finlandia dovrebbe tener conto dei seguenti omessi importanti elementi: la produzione di energia elettrica è acquistata a prezzo predefinito da un pool d’imprese che ha consentito di ottenere sui crediti a lunga scadenza un rating da parte di Standard & Poors “BBB” e quindi un tasso di finanziamento irripetibile (2,6%).Nel finanziamento sono stati coinvolti anche due istituti di credito all’esportazione, la francese Coface e la Swedish Export Agency. Da notare che gli istituti per il credito all’esportazione sono d’istituzioni finanziarie pubbliche e governi e hanno come finalità il finanziamento a Paesi in via di sviluppo. Non si può coartare il consenso propalando la economicità del Kwh prodotto con il nucleare. Questa è propaganda, non informazione!

Erasmo Venosi da Terra

lunedì 2 novembre 2009

Nucleare: Legambiente lancia una coalizione di Enti locali contro il ritorno all'atomo

Roma, 31 ott. - (Adnkronos) - ''Pronti a vincere di nuovo contro il nucleare!''. E' questo lo slogan delle magliette e degli striscioni gialli del 'No Nuke Day' con cui Legambiente ha rilanciato da Montalto di Castro le iniziative antinucleariste, rivendicando il successo delle grandi manifestazioni contro il nucleare degli anni '70 e '80, concluse con il partecipatissimo referendum che nel novembre del '87 mise la parola fine all'avventura atomica italiana. Pannelli fotovoltaici, led per l'illuminazione, una piccola casa geotermica, una mostra sul disastro di Cernobyl, materiale informativo sulla certificazione e riqualificazione energetica, prodotti tipici, pane tostato spezie ed oli in degustazione, laboratori di educazione ambientale ed un dibattito tra cittadini ed istituzioni hanno animato Piazza Giacomo Matteotti, grazie alle adesioni di decine di comitati, associazioni, imprese ed alla collaborazione del Comune di Montalto di Castro.
''Cosi' riparte la mobilitazione contro il nucleare, torniamo a Montalto con la stessa determinazione che ci ha fatto vincere tanti anni fa. La vera sfida che oggi abbiamo di fronte e' affrontare il superamento della crisi climatica, intraprendendo le vere strade possibili, che sono il risparmio e l'efficienza energetica, la produzione da fonti rinnovabili e pulite, come sole e vento, ma invece si torna a proporre il nucleare'' afferma Maurizio Gubbiotti, coordinatore della segreteria nazionale di Legambiente.

Con questa manifestazione, aggiunge, ''prende il via una grande mobilitazione nazionale, che si avvia con il coinvolgimento di tutta la rete associativa e produttiva e anche delle istituzioni. Una mobilitazione che durera' nel tempo contro questa scelta di ritorno al nucleare, che non serve agli obiettivi del protocollo di Kyoto, che ci isola dalle scelte internazionali ed e' contro gli interessi delle comunita' e di questi territori''.

La Maremma, inoltre, rileva il coordinatore della segreteria nazionale di Legambiente, ''ha gia' pagato un caro prezzo come polo energetico con le centrali di Civitavecchia e Montalto e il tentativo di costruzione della centrale nucleare. Ai costi elevatissimi, alla mancanza di sicurezza del nucleare, all'impossibilita' di smaltimento delle scorie -conclude Gubbiotti- va aggiunto il rischio del terrorismo internazionale, visto che il plutonio per il funzionamento delle centrali e' una fondamentale materia prima per chi intende costruire armi atomiche''.

Prima dell'apertura della giornata un gruppo di volontari del cigno verde ha aperto lo striscione 'No Nuke' di fronte alla centrale di Montalto: ''tenuta antinucleare'' per l'occasione, con tute bianche e maschere antigas, un po' come potrebbe succedere agli abitanti nei dintorni della centrale in caso di incidenti, anche piccoli, con rilascio di radioattivita'. Il sito fa parte di una lista ufficiosa, elaborata sulla base di uno studio di fattibilita', contenente le 10 citta' piu' idonee ad ospitare le future centrali nucleari italiane, sulla base dei criteri individuati, ossia la disponibilita' di acqua per il raffreddamento dei reattori, la non sismicita' dell'area e la capacita' di trasporto della rete elettrica.

In piazza con Legambiente anche i sindaci dei Comuni di Celleno, Canepina, Montalto di Castro e Nepi, tutti anti-atomo, e primi fondatori di una coalizione di Enti locali denuclearizzati lanciata per l'occasione dall'associazione ambientalista, che chiamera' a raccolta tutte le amministrazioni che vorranno aderire adottando una precisa delibera e posizionando all'ingresso del territorio comunale lo storico cartello che ne indica la scelta antinucleare. La contrarieta' al ritorno all'atomo non viene solo dai Comuni: Legambiente ha infatti ricordato che l'appello lanciato con Greenpeace e Wwf ha gia' visto tredici Regioni, a cui si e' unita anche la Rete dei Piccoli Comuni, impugnare di fronte alla Corte Costituzionale la Legge Sviluppo, appellandosi al titolo V della Costituzione in materia di poteri del Governo in caso di materie concorrenti con gli Enti locali.

''Trentadue anni dopo la prima manifestazione antinucleare del 20 marzo 1977 a Montalto di Castro, riprendiamo la battaglia contro il nucleare da dove e' cominciata, per portarla fino in fondo se servira''' spiega Lorenzo Parlati, presidente di Legambiente Lazio. Bisogna, rileva, ''ricostruire con i piu' giovani questa memoria storica, rilanciare l'informazione, spiegare quali sono i pericoli ancora del tutto attuali del nucleare, a quali rischi si va incontro. Il nucleare non ha risolto i suoi problemi di sempre: diciamolo con chiarezza, non esistono garanzie per l'eliminazione del rischio di incidente nucleare e conseguente contaminazione radioattiva; rimane il problema della contaminazione ordinaria, dovuto al rilascio di piccole dosi di radioattivita' durante il normale funzionamento dell'impianto, a cui vengono esposti lavoratori e popolazione nelle vicinanze del sito; non esistono soluzioni al problema dello smaltimento dei rifiuti radioattivi, come dimostrano le 250mila tonnellate di rifiuti altamente radioattivi prodotte fino ad oggi nel mondo, tutte in attesa di essere conferite in siti di smaltimento definitivo''.

L'energia nucleare, rileva Legambiente, e' la fonte energetica piu' costosa e meno competitiva: tra costo industriale e sussidio di Stato il costo raggiunge circa gli 80 dollari al megawattora, secondo una stima al 2030 del Dipartimento Usa (2007), tanto che persino l'Aiea prevede una riduzione del contributo dell'atomo alla produzione elettrica mondiale che passera' dal 15% del 2006 a circa il 13% del 2030. ''Quella di oggi -sottolinea il presidente di Legambiente, Vittorio Cogliati Dezza- e' la prima di una serie di iniziative che Legambiente intende organizzare nei siti che, con maggiore probabilita', potrebbero ospitare i reattori nucleari che il governo vuole realizzare. Occasioni d'incontro con la popolazione, per illustrare le ragioni del nostro dissenso nei confronti dell'atomo''.

Il nucleare, aggiunge, ''e' una tecnologia pericolosa e costosa che non vogliono ne' le amministrazioni locali, ne' i cittadini. Chiediamo al governo di abbandonare questo progetto folle che rischia di alimentare conflitti istituzionali e sociali. Vogliamo ricordare, inoltre, che mettere in cantiere nuove centrali significherebbe far perdere all'Italia altro tempo prezioso nella lotta contro il mutamento climatico, oltre che nello sviluppo dell'innovazione tecnologica in campo energetico, uno dei settori trainanti del mercato globale degli anni a venire'' conclude.

martedì 28 aprile 2009

Scutari, proteste contro la centrale nucleare

27.04.2009,11:01
Tirana - Il movimento cittadino contro la costruzione della centrale nucleare, ha realizzato ieri una protesta pacifica, alla quale si sono uniti centinaia di cittadini da Scutari. Con un corteo dal centro della città, i manifestanti sfilavano con dei cartelloni contro la centrale nucleare, come "No alla centrale nucleare in Albania", o "Rendiamoci attivi oggi per non diventare radioattivi domani", "Vogliamo raggi di sole, non radiazione nucleare", "L`energia va in Europa, gli albanesi nella fossa", "No alla centrale nucleare in Albania", etc. Uno degli organizzatori di questa protesta, Mentor Bimi, ha fatto appello alla classe politica a non usare Scutari per degli scopi politici attraverso le loro dichiarazioni pro e contro la centrale nucleare. Bimi ha fatto appello a tutti i cittadini di Albania ad unirsi a questa protesta. I cittadini di Scutari hanno esposto l`idea per la creazione di una legge contro la costruzione delle centrali nucleari. La protesta a Scutari ha attirato anche l`interesse dei media montenegrini, che sono giunti a Scutari proprio per seguire la manifestazione. La protesta combacia con la data dell`esplosione della centrale di Chernobyl, il 26 aprile del 1986, che ebbe catastrofiche conseguenze per l`intera Europa.


da pacelink.it

venerdì 10 aprile 2009

Nucleare: la grande bugia

Marco Bersani esordiva dicendo che per prima cosa dovremo difenderci dal tentativo di «sequestrare la discussione». Ci chiederanno di diventare spettatori di una discussione fra tecnici, alcuni a favore del nucleare, altri contro.

È necessario invece «riprendersi la parola», il che comporta un «riprendersi le conoscenze». Dopo 22 anni, qualcuno ha deciso di ridiscutere la decisione presa dal popolo italiano. Questo può andar bene, perché in 22 anni le idee possono cambiare. Ma se tutti assieme si era deciso di no, non è possibile che oggi il presidente del consiglio decida il contrario da solo.

Il fatto che il nucleare sia oggi riproposto con le stesse motivazioni di 22 anni fa significa che il movimento antinuclearista non è riuscito a produrre un nuovo modello energetico, ammette Bersani. Ma quelle dei nuclearisti erano e restano «bugie», che il relatore provvede a confutare.

Prima bugia: il futuro è nucleare.

È uno strano concetto, se si considera che stiamo parlando di una tecnologia vecchia di 50 anni. Ma è la stessa Agenzia internazionale per l’Energia nucleare (Aiea) a dire che il contributo del nucleare alla produzione di energia nel mondo è appena il 16%. Nel 2030, secondo l’Agenzia, tale apporto scenderà al 13%, perché le centrali durano in media 25 anni (stanno cercando di prolungarne la vita fino ai 40 anni, ma è chiaro che ogni anno in più le renderà più pericolose). Il nucleare, infine, serve a produrre energia elettrica e, di conseguenza, non può in alcun modo sostituire l’energia prodotta attraverso i combustibili fossili.

ll nucleare non contribuirebbe dunque granché a ridurre le emissioni di anidride carbonica, responsabili del riscaldamento globale, anche perché, se il nucleare non emette CO2 in fase di produzione, non si può dire lo stesso riguardo alla costruzione e alla dismissione delle centrali, strutture che costituiscono l’esito di una filiera che prevede la produzione e l’uso di materiali quali gli acciai speciali e lo zirconio, tutta roba da smaltire dopo 25-40 anni.

Seconda bugia: il nucleare è economicamente competitivo.

Ovvero costerebbe poco e in più permetterebbe una diminuzione della dipendenza dall’estero. Il patto fra Berlusconi e Sarkozy prevede la costruzione di centrali Epr, un modello che non è ancora attivo in nessun Paese del mondo. In Francia, attualmente, le centrali Epr in costruzione sono due. I costi sono lievitati enormemente perché i cantieri sono stati bloccati molte volte, a causa di numerosissime infrazioni alle procedure di sicurezza. La spesa per centrale, in Francia, è già di 4,5 miliardi di euro. In Finlandia la centrale Epr in costruzione ha accumulato per ora 3 anni di ritardo (e costi di più di 5 miliardi) perché i lavori sono stati fermati per circa 2100 infrazioni alle procedure di sicurezza.

Le due società coinvolte si stanno imputando reciprocamente la responsabilità delle violazioni in tribunale. Il nucleare italiano costerebbe 28 miliardi per 4 centrali (14 li metterebbe la Francia e 14 l’Italia), vale a dire 7 miliardi a centrale! Si tratta, già in partenza (senza considerare cioè eventuali rallentamenti) di una cifra più alta di quelle pagate da francesi e finlandesi.

Per quanto riguarda la dipendenza dall’estero, essa diminuirebbe, in effetti, se fosse stato scoperto l’uranio in Italia. Nella realtà, la dipendenza dall’estero non diminuisce, ma cambia: dipenderemo da Canada e Australia, paesi “ricchi” di uranio.

Ma quanto uranio c’è nel mondo?

Si stima che nel 2035 sarà finito.

Anche ammettendo di poter scoprire nuovi giacimenti, rischiamo comunque di investire in una tecnologia che alla metà di questo secolo sarà già finita.

Siamo dentro una follia.

Qualcuno dice: ma già oggi importiamo energia a basso costo dalle centrali nucleari francesi. L’energia nucleare, tuttavia, non è conveniente per il cittadino. La bolletta energetica è infatti più o meno la stessa in Francia (58 centrali nucleari), in Germania (19 centrali) e in Spagna (4 centrali), ciò che significa che la quantità di energia nucleare prodotta non incide in maniera significativa sul prezzo della corrente. La Francia vende energia a basso costo perché l’energia nucleare non è modulabile: una centrale nucleare funziona continuamente a pieno ritmo, indipendentemente dalle esigenze “orarie” del Paese. 12 delle 58 centrali francesi producono energia in più e devono smaltirla. La vendono a basso costo per non disperderla.

Terza bugia: il nucleare è sicuro.

Secondo Berlusconi, l’Epr francese appartiene alle centrali nucleari di quarta generazione, quelle intrinsecamente sicure. Si tratta in realtà d’impianti di terza generazione, fatti sul modello di quelli di prima e seconda generazione.

Sono meno a rischio?

Sì, naturalmente, perché rispetto a qualche anno fa la tecnologia è andata avanti. Ma, in caso d’incidente, sono dalle 4 alle 7 volte più pericolose, perché sono molto più grosse. Il che, tra l’altro, impedisce di riattivare le “vecchie” centrali italiane, che dovranno essere smaltite, perché troppo piccole.

Nel 2005 la Commissione europea ha messo in piedi un gruppo di scienziati per sviluppare centrali nucleari intrinsecamente sicure. Un rapporto del 2007 dice che si potrà realisticamente parlare di centrali di quel tipo solo nel 2040, quando l’uranio sarà già pochissimo. Per di più, gli scienziati stanno ancora studiando 7 modelli diversi, segno che non hanno ancora ben chiaro da che parte cominciare.

Manca, oltretutto, la necessaria trasparenza delle informazioni.

In appena 55 anni d’esistenza delle centrali nucleari gli incidenti conosciuti d’intensità media o grave sono già 135 e si sono verificati a tutte le latitudini: negli Stati uniti, nell’ex Unione sovietica, in Gran Bretagna, in Francia, in Giappone. Qualche incidente c’è stato anche in Italia. Un accordo del 1959 tra l’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) e l’Aiea, la Risoluzione WHA, sottopone qualunque intervento dell’Oms in materia di effetti sulla salute delle radiazioni ionizzanti al veto dell’Aiea e prevede che in caso di incidenti lievi o anche gravi l’Aiea possa concordare con l’Oms misure per mantenere confidenziale il carattere delle informazioni. Il rapporto finale dell’Oms sul disastro di Chernobyl parlava di 50 morti e 4 mila tumori. Ci sarebbero invece un milione e 600 mila contaminati, 200 mila dei quali sarebbero già morti.

Quarta bugia: non ci sono alternative.

Il nucleare costituirebbe un’energia cui non sarebbe pensabile rinunciare in tempi di riscaldamento climatico. Ma il nucleare non è un’alternativa e non può essere una soluzione all’emergenza: il primo kw/h prodotto dalle centrali nucleari italiane dovrebbe vedere la luce nel 2020, mentre il Paese ha ben altri obiettivi da raggiungere per quella data, come previsto dall’Unione europea.

Quinta bugia. La grande rimozione: storie di scorie.

I nativi indiani avevano inventato il principio per cui non si potevano prendere decisioni se non si conoscevano gli effetti che queste avrebbero prodotto fino alla settima generazione.

Il tempo di dimezzamento del plutonio è di 24.400 anni. 25 mila anni fa la Francia e la Gran Bretagna erano attaccate.

Se il ministro Scajola dice che in un anno troverà un deposito sicuro perché dovremmo starlo a sentire?

Dovremo spendere tantissime risorse per mettere in sicurezza le 300 mila tonnellate di scorie esistenti: è criminale pensare di produrre anche solo un grammo in più. Il movimento italiano che nel 1987 ha vinto contro il nucleare era uno fra i più forti del mondo. Oggi il nucleare viene riproposto con gli stessi argomenti: è segno che, nel frattempo, non siamo stati capaci di elaborare e di “imporre” un altro modello energetico. Nel frattempo, l’energia è stata liberalizzata e ridotta a una merce come tutte le altre, cosicché oggi non possiamo rivendicare un piano energetico nazionale.

L’Italia non ha fame di energia. Il nostro Paese ne produce 88 mila MW/anno, a fronte di una domanda di 56 mila. Se importiamo energia dall’estero è perché il nostro sistema produttivo funziona al 50%. A questo proposito, la liberalizzazione dell’energia costituisce un guaio: perché un privato dovrebbe aver interesse a efficientare gli impianti, quando guadagna sul massimo consumo?

La posta in gioco è, in effetti, più ampia del semplice rifiuto del nucleare. Si tratta infatti del modello sociale che abbiamo in mente: a un modello termico di produzione dell’energia, centralizzato, fondato sui grandi impianti e che comporta una militarizzazione della società, dobbiamo contrapporre un’idea alternativa.

Le nuove centrali saranno protette dall’esercito e le nuove regole prevedono dai 5 ai 15 anni di detenzione per chi realizza un blocco stradale durante i lavori. Anche le aree militari, inoltre, potranno essere «valorizzate» economicamente, dotandole di centrali. A questa visione della società bisogna reagire riflettendo sulla natura dei beni comuni primari, dei quali dobbiamo riappropriarci. L’uso delle fonti rinnovabili permette di democratizzare il processo. Il sole sta dappertutto, il petrolio e l’uranio no.

Il movimento contro il nucleare dovrà dunque collegarsi a quelli per la riduzione dei rifiuti, a quelli per l’acqua. Il nucleare ha bisogno di enormi quantità di acqua per raffreddare gli impianti. La Francia usa allo scopo il 40% delle sue risorse idriche. Ma acqua e rifiuti sono beni che possono essere gestiti territorialmente in forma partecipativa e immediata. Non così l’energia, finché si tratta di gas e petrolio, o magari uranio; sì, se diventa acqua, sole, vento.

Dobbiamo evitare di commettere l’errore di lasciare che la battaglia contro il nucleare sia appannaggio delle popolazioni presso cui le centrali saranno costruite. Dobbiamo rendere inutili i modelli energetici che non siano basati sulle energie rinnovabili e sul risparmio energetico. Dobbiamo informarci e diventare piccoli nuclei di consapevolezza.

da agoravox.it

mercoledì 18 marzo 2009

L'Italia e la favola del nucleare

di Francesca Santolini

In questi giorni stiamo assistendo ad un’intensa azione del governo sull’opinione pubblica italiana per favorire il clima necessario alla realizzazione sul nostro territorio di centrali nucleari. Esempio lampante di questa campagna è la puntata di Porta a Porta di alcuni giorni fa, orchestrata abilmente dal diabolico conduttore: al Ministro Scajola, sorridente e rassicurante nell’esporre la convenienza di un cambiamento di rotta dell’Italia sul nucleare, Vespa ha opposto due esponenti dell’opposizione totalmente inadeguati a contrastare credibilmente l’operato del governo su questo tema: Pierferdinando Casini, che ha fatto del nucleare uno dei punti principali della sua campagna elettorale terzo polista, e l’ex ministro Ferrero, oggi segretario di Rifondazione, che oppone alle superficiali parole del ministro le stesse argomentazioni di vent’anni fa agitando lo spettro di Cernobyl. Gli Italiani assistono spaesati in una guerra di slogan dalla quale esce spesso trionfatore il centrodestra che come sempre riesce meglio a parlare “alla pancia” degli italiani motivando la scelta sul nucleare con argomentazioni economiche e favoleggiando risparmi tangibili sulla bolletta energetica di cittadini e imprese.

Nessuno dice però che scegliere il nucleare può comportare un risparmio sulla bolletta individuale ma comporta un pesante aggravio per le casse dello Stato. Costruire una centrale, e poi chiuderla al termine della sua attività e occuparsi di smaltire le scorie, produce costi di molti miliardi di euro che vanno a carico dello Stato, unico soggetto a disporre delle risorse necessarie ad avviare una politica nucleare.

Nessuno dice che i pochi euro di risparmio tangibile per gli Italiani in bolletta corrisponderebbero a molti di più che lo Stato sarebbe costretto a reperire sempre dalle tasche dei cittadini attraverso un aumento della pressione fiscale, riprendendosi con gli interessi un risparmio solo apparente.

E’ questa motivazione, economico finanziaria prima che ambientale, che dovrebbe divenire la parola chiave per una battaglia politica di opposizione all’introduzione in Italia di Centrali Nucleari. In un momento in cui gli Stati Uniti di Obama guardano all’autosufficienza energetica attraverso il ricorso alle energie alternative e rinnovabili ed in Europa si pensa più a chiudere le centrali esistenti che a costruirne di nuove l’Italia rischia di arrivare ancora una volta in ritardo sotto due punti di vista. Sotto il profilo politico economico decidendo di cominciare a puntare oggi su un settore che non offre garanzie per il futuro acuendo il ritardo del nostro sistema energetico ed economico da quello dei paesi più avanzati che stanno già sperimentando nuove strade. Sotto il profilo culturale sviluppando un dibattito tra favorevoli e contrari al nucleare incentrato su argomentazioni vecchie di almeno vent’anni, che appare distante anni luce dal confronto che avviene nel resto d’Europa.
Molti Stati europei stanno abbandonando il nucleare: la Germania, che è indubbiamente il Paese europeo più avanzato in fatto di ricerca tecnologica, ha deciso di dismettere gradualmente i suoi 17 impianti e sta puntando sulla produzione di energia solare. Lo stesso sta facendo il Belgio, mentre Gran Bretagna e Finlandia, gli unici che programmano costruzioni di nuove centrali, prevedono tempi lunghissimi di realizzazione e costi astronomici che possono anche raddoppiare in corso d’opera. E’ il caso della Finlandia, la cui nuova centrale costerà oltre 4 miliardi di euro invece dei 2,5 previsti.

Se Paesi che hanno amministrazioni efficienti e che spendono in ricerca infinitamente più dell’Italia incontrano difficoltà così grandi nella costruzione di nuove centrali, si può prevedere che da noi i costi e i tempi di realizzazione supereranno quelli di Finlandia e Gran Bretagna. E ci ritroveremo, fra 15 o 20 anni, con una decina di miliardi in meno e un paio di centrali ormai completamente superate sul piano tecnologico.
Chi sa fare i conti e si preoccupa di non sprecare le risorse pubbliche tiene conto di questi argomenti. E’ per questo che negli Stati Uniti si è sospesa la costruzione di centrali di terza generazione, che sfruttavano tecnologie militari ormai superate, e si sono concentrati gli sforzi sullo studio di una quarta generazione più sicura e più vantaggiosa.
Si potrebbero ricordare altre obiezioni, come la scarsa quantità di uranio disponibile sul mercato e la crescita del suo costo, gli enormi consumi d’acqua richiesti dalle centrali attuali, l’incertezza sui costi dello smaltimento. Tutte questioni alle quali il governo non ha dato risposta, limitandosi a ripetere i soliti slogan e a impedire che l’informazione approfondisca queste questioni.

Ma l’opinione pubblica italiana ha il diritto di essere informata correttamente e tecnicamente sulle politiche degli altri Paesi, sugli svantaggi economici della scelta nucleare, sui problemi tecnici che la progettazione incontra, invece di esser condannata a televisioni e giornali che ripetono il solito ritornello che oppone la “pragmatica” destra alla “sinistra nel no”.

La responsabilità del mondo dell’informazione in questo frangente sono evidenti. Non si promuove una corretta informazione perché ampi settori economici e finanziari hanno già deciso che gli investimenti pubblici necessari ad avviare una politica nucleare servono subito a rilanciare l’industria pesante di un paese che dovrebbe trovare altrove e in altri settori il cuore della propria economia. E questo condiziona in maniera lampante editori, direttori e giornalisti, del settore pubblico e del privato. Bruno Vespa che oppone Scajola a Ferrero non offrendo spazio ad un’opposizione credibile e pragmatica e i partiti di centrosinistra incapaci di avviare su questo tema una campagna moderna e convincente sono due campanelli che suonano per segnalare lo stesso allarme.

L’Italia è un paese dove politica ed informazione camminano a braccetto allontanandosi ogni giorno dalle proprie ragioni di essere. Dove il mantenimento dello status quo, politico ed economico, e la difesa dei grandi interessi economici e finanziari contano di più del bene comune, del benessere, della salute e del futuro dei cittadini italiani. Lanciare una grande campagna di opposizione politico economica al nucleare e di sensibilizzazione per una corretta informazione nel nostro paese sono quindi due strade per raggiungere la stessa stazione d’arrivo: un Italia capace di cambiare marcia e cominciare a vivere il proprio presente in funzione del proprio futuro e non a compromettere costantemente il domani in difesa degli interessi dell’oggi.

martedì 17 marzo 2009

Nucleare in Italia… E l’Enel ci guadagna ancora!

Il premier Silvio Berlusconi e il presidente francese Nicolas Sarkozy hanno firmato un accordo che vedrà Italia e Francia più vicine nella produzione di energia nucleare (QUI).

Incuranti del referendum con il quale gli italiani dissero di NO al nucleare, l’accordo prevede anche la realizzazione di almeno quattro centrali nucleari nel nostro Paese.

Queste nuove centrali nucleari (dette di terza generazione) sono più sicure delle precedenti, ma non risolvono il problema delle scorie e per di più, in caso di incidente, sarebbero più pericolose dei vecchi impianti (la centrale di Cernobyl era di seconda generazione).

Sul nucleare, inoltre, gli italiani avrebbero più timori e dubbi che entusiasmo e certezze. Secondo una recente ricerca dell’Eurispes, infatti, “con uno scarto di 7,4 punti percentuali rispetto ai favorevoli, gli italiani bocciano - per vari motivi - il ricorso al nucleare come fonte di energia“.

Insomma, un referendum vieterebbe la costruzione di centrali in Italia, gli italiani sono scettici (quando non hanno proprio paura di questa forma di energia), non sono stati risolti i problemi delle scorie e quelli legati alla sicurezza in caso di incidente, …
Ma allora chi ci guadagna da tutto ciò?

Non voglio rispondere a questa domanda perché la risposta è chiara a tutti. Così, mentre EcoTV lancia una provocazione sostenendo la costruzione di una della quattro nuove centrali ad Arcore, il PD sostiene che a guadagnarci da questo accordo sarà solo la Francia perché Sarkozy punterebbe sui fondi pubblici italiani per sostenere l’industria nucleare francese, l’IdV sostiene che questo è l’ennesimo spot elettorale di Berlusconi che però costa all’Italia ben 4 miliardi di euro, Legambiente, WWF, Greenpeace e Verdi si oppongono in ogni modo a questo accordo, nessuno parla dell’Enel che in questo momento è quella che ci guadagna di più dall’accordo (QUI).

Senza parlare del fatto che - come documentato in questa puntata di Report - da ben 22 anni noi cittadini dobbiamo risarcire l’Enel e la società che si occupa dello smaltimento delle scorie (ad oggi abbiamo speso circa 9 miliardi di euro) per il mancato guadagno dovuto allo stop agli investimenti nel nucleare dopo il referendum e per mantenere in sicurezza gli impianti che sono ancora pieni di scorie radioattive, vorrei invece soffermarmi su questo punto: da oggi Enel è il secondo operatore energetico d’Europa dopo l’azienda pubblica francese Edf (QUI).

Enel, infatti, è impegnata in cinque Paesi (Spagna, Slovacchia, Francia, Romania e Russia) con un totale di capacità produttiva di 5.680 megawatt. Un’ulteriore capacità produttiva di altri 1.080 megawatt si va ad aggiungere a questa grazie ai nuovi reattori in costruzione in questi Paesi (senza contare quella derivata dalle future centrali italiane).

Visto che adesso il nucleare sarà al centro dell’attenzione, riporto proprio a proposito dell’Enel alcuni passaggi di un mio vecchio post in cui si parlava delle centrali nucleari di Mochovce, in Slovacchia. Non ci sarebbe niente di strano se non fosse che i reattori presenti a Mochovce e quelli che si stanno per costruire sono delle potenziali bombe atomiche, nel senso che hanno livelli di protezione bassi.

La centrale di Mochovce fu costruita dai russi quando l’allora Cecoslovacchia faceva parte dell’Unione Sovietica e in quel periodo (negli anni ‘80, con la guerra fredda e prima che entrassero in vigore le moderne norme sulla sicurezza e sull’impatto ambientale di certe costruzioni) fu facile ottenere i permessi.

L’Enel acquisì nel 2005 tra le polemiche e tra le proteste degli ambientalisti il sito di Mochovce. Dopo vari ritardi e tanti fermi, nel novembre del 2008 l’Enel (probabilmente incoraggiata dal riaprirsi del dibattito sul nucleare in Italia) avviò la costruzione di alcuni nuovi reattori in Slovacchia (QUI) mantenendo, però, i vecchi progetti.

Il problema è che i reattori di Mochovce sono una vecchia progettazione sovietica, quindi, usano vecchie tecnologie e per di più non hanno nessun guscio di contenimento che possa prevenire il rilascio di radioattività nell’ambiente nel caso di incidenti rilevanti.

Benché oggi i reattori nucleari di terza generazione debbano avere necessariamente due gusci di contenimento, l’Enel vuole quindi continuare a costruire secondo i vecchi progetti senza predisporre alcun guscio protettivo. Pertanto, se sciaguratamente un aereo entrasse in collisione con la struttura (come ci insegnano i tragici fatti dell’11 settembre 2001!) si potrebbe innescare una catastrofe nucleare senza precedenti nel bel mezzo d’Europa (per intenderci, a soli 500 Km da Venezia).

La posizione del governo Slovacco è stata ambigua sin dall’inizio e per questo Greenpeace ha presentato un ricorso senza ottenere ad oggi alcun esito. Naturalmente nemmeno i Paesi vicini quali l’Austria sono contenti di avere una potenziale bomba atomica a pochi chilometri di distanza.

Questo episodio dovrebbe essere un ulteriore elemento di riflessione sul nucleare italiano (che è anche quello che viene gestito e prodotto all’estero) e sui problemi legati alla produzione di questa forma di energia.

Insomma, il problema energetico (insieme a quello della sostenibilità ambientale) è sicuramente di enorme gravità e va affrontato, ma se qualche volta si pensasse davvero di più agli interessi collettivi (salute, ambiente, tutela dei cittadini, …) piuttosto che ai soli interessi politico-economici forse il problema sarebbe di più facile soluzione.

da salpetti.wordpress.com

venerdì 6 marzo 2009

Sul nucleare dissenso informato

Vent’anni fa fui chiamato assieme agli altri trentacinque milioni di aventi diritto a decidere se il mio Paese doveva o non doveva proseguire la sua politica di produzione di energia nucleare. Assieme alla grande maggioranza e alle indicazioni di molti partiti politici, decisi che no, che non si doveva. Popolo sovrano. In questi giorni è stato ufficialmente annunciato che il mio Paese ha firmato accordi che lo impegnano in una politica di produzione di energia nucleare che ha già i suoi tempi di realizzazione, i suoi costi, le sue strategie.

Se la democrazia fosse ancora la pratica concreta della volontà popolare, logica vorrebbe che prima che il mio governo prendesse impegni, io fossi chiamato a esprimermi nuovamente, libero di aver cambiato opinione o di riconfermare la mia vecchia.

Ma c’è un qualche principio della democrazia sostanziale che in questo Paese oggi sia tutelato e promosso? No. Infatti non è questo l’unico caso di disprezzo della volontà popolare: molte importanti riforme politiche sono state attuate in direzione esattamente opposta alle decisioni espresse dai cittadini nei diversi referendum in cui hanno potuto dire la loro: finanziamento pubblico dei partiti, sistemi elettorali, ecc... ecc...

È molto difficile stabilire quando in questo Paese il popolo sia sovrano e quando no. Probabilmente, oggi come oggi, al popolo non interessa neppure più tanto essere sovrano, sulla scia di una lunga tradizione di rinuncia alla sovranità in cambio di altro e più gradito. Chi mi dice che non è necessario che io venga interpellato, sostiene che ho certamente cambiato opinione - chissà da dove gli viene questa supponenza - e che comunque quando decisi lo feci per motivazioni emozionali e senza razionalità. E questo in parte è vero.

Oggi so che ho detto no al nucleare non avendo adeguate informazioni al riguardo, ma vivendo una fortissima pressione esercitata dal recente disastro di Chernobyl, e dall’idea stessa di “nucleare”. Come dimenticare, in anni in cui giravano alcune decine di migliaia di bombe atomiche, che l’energia atomica non fu realizzata per fornire all’umanità energia illimitata, ma per distruggere il nemico a costo di distruggere il mondo intero? Energia atomica era innanzitutto “l’atomica”, l’orrore più grande inventato dall’umanità.

Del resto le potenze atomiche, Usa, Francia, Cina, Urss, Inghilterra, avevano tutte iniziato con i programmi militari e poi riversato un po’ di background nel civile. Ancora oggi la Francia non è leader mondiale nella produzione di energia atomica per un’accorta e redditizia politica, ma come inevitabile conseguenza della sua politica, assai poco economica in verità, di grandeur, e la sua energia costa poco ai francesi solo per il fortissimo intervento di sostegno statale. Questo non sta scritto su un memoriale segreto, ma su un qualunque giornale francese.

Già, l’informazione. Vent’anni fa non ce n’era abbastanza a diretta disposizione dei cittadini perché potessero decidere con cognizione di causa. Gli stessi fautori del nucleare sostenevano pubblicamente posizioni fortemente ideologiche, come se non avessero voglia di farsi capire, dicevano un sacco di palesi bugie, come se fossero essi stessi travolti dai rischi insiti nella tecnica nucleare. Chernobyl fu il più tragico, ma non l’unico incidente di quell’epoca; nel mondo se ne contarono almeno 6 di intensità 5 e 6 della scala Ines (limite 7) e c’erano buone ragioni per sospettare che molti atri fossero stati coperti da segreto militare. Da allora sono cambiate molte cose. La tecnica si è evoluta, è molto più difficile nascondere le cose, abbiamo molta più fame di energia no-carbonio. Ma siamo più informati? Ci sono state messe a disposizione congrue informazioni per decidere oggi con maggiore cognizione di causa? No, non credo. Da un lato si continuano a sollecitare le pulsioni emotive e a proporre piani di produzione alternativi inverosimili.

Se fossimo un Paese virtuoso come la Germania, la Svezia e, pare, prossimamente gli Usa, potremmo ragionevolmente pensare di produrre entro 20 anni il 25% del nostro fabbisogno da fonti rinnovabili; non di più, e sarebbe un bellissimo risultato. Dall’altro lato si continuano a farfugliare slogan e a dire bugie. Non è vero, ad esempio, che l’energia atomica sia economica, è invece cara; è un investimento strategico che si ammortizza in decenni, se tutto va bene. I francesi pagano meno di noi la loro bolletta perché lo Stato ci mette una parte di soldi e vigila occhiuto che le agenzie private non guadagnino troppo. Non è vero che non ci siano più rischi; ce ne sono sempre meno e ce ne saranno meno ancora, a fronte di una conduzione esemplare degli impianti e al proseguo della ricerca. Da dove ricavo queste informazioni? Dalla stampa specializzata ad alta attendibilità, che è stampa perlopiù straniera.

Come può un lettore giudicare se dico il vero? Non può, perché ha scarse possibilità di informarsi come faccio io, che ci spendo un sacco di tempo e di denaro, e i media a cui accede sono di un pressapochismo delittuoso. E non è detto che io sia informato a sufficienza, perché a mia volta non sono uno specialista e devo rinunciare a capire parte di ciò che può aggiungere informazione. Ci sono, è vero, bravi e attendibili specialisti anche in questo Paese che si offrono di informarci, ma sono quotidianamente sommersi da una montagna di paccottiglia, perché la paccottiglia è conveniente e fascinosa assai più della serietà.

Se fossi chiamato, e non lo sarò, a decidere sul futuro energetico nucleare del mio Paese voterei ancora no. Non perché sia ancora contrario per ragioni di principio, cosa che non è più, ma in base alle informazioni che ho e quelle che non ho. Tutto quello che so è che il nucleare è un impegno strategico che si proietta decenni nel futuro e pretende serietà e affidabilità che nessun governo ha intenzione di garantirmi, cosa di cui ho ampia esperienza. So che, differentemente da tutti gli altri Paesi avanzati, il mio non investe nulla e non promuove in nessun modo, ma penalizza se possibile, la ricerca e l’applicazione delle fonti rinnovabili di energia; e tutti, ma proprio tutti, compresa dunque la Cina, i Paesi che sono impegnati nel nucleare investono altrettante risorse anche in questo settore altrettanto e ancor di più strategico. Perché so, e anche in questo caso mi soccorre l’esperienza, che gli enormi costi del nucleare finirò per pagarli io come contribuente, anche se mi si assicura del contrario; e alla fine sarò destinato a finanziare i guadagni di qualche grande impresa e non il mio benessere energetico; visto che - vuoi scommetterci? - qualche grosso problema finirà per frapporsi in corso d’opera a una soddisfacente realizzazione degli ambiziosi programmi.

da ilsecoloxix.ilsole24ore.com

mercoledì 4 marzo 2009

Eurispes, italiani bocciano nucleare

Sul nucleare gli italiani hanno più timori e dubbi che non ottimismi e certezze.

Lo dimostra una ricerca dell’Eurispes, secondo la quale “Con uno scarto di 7,4 punti percentuali rispetto ai favorevoli, gli italiani bocciano il ricorso al nucleare come fonte di energia”. “Sebbene con motivazioni differenti, gli italiani affermano di essere contrari alla attivazione di centrali sul nostro territorio il 45,7% dei cittadini, a fronte del 38,3% dei favorevoli”, si legge nel rapporto, “In particolare, le motivazioni di quanti si oppongono al nucleare sono il non ritenere questa una soluzione rapida per risolevere i problemi connessi all’energia (18,4%) e il timore dei rischi che una tale scelta comporterebbe (27,3%)”.

Esiste quindi “un’ansia dettata in parte dall’atavica paura che si è stratificata fin dagli anni della Guerra fredda nell’opinione pubblica e che ha portato, nell’accezione comune e condivisa, ad associare al termine ‘nucleare’ scenari apocalittici. Senza considerare che Cernobyl, che fa parte della nostra storia più recente, ha prodotto momenti di angoscia profonda e ha segnato indelebilmente l’immaginario collettivo”.

da news.kataweb.it

Morte ai fanatici ambientalisti. di Dario Fo

PROPRIO ieri 24 febbraio il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha presentato a camere riunite il suo progetto riguardo la produzione di energia e ha specificato che la produzione sarà pulita e rinnovabile. Inoltre, ha annunciato la quota di denaro che lo Stato americano ha intenzione di stanziare a cominciare da subito. Ha aggiunto: "Il nostro primo obiettivo è quello di riuscire ad abbattere drasticamente l'inquinamento atmosferico e l'effetto serra".

Il giorno stesso, a Roma, il nostro primo ministro Berlusconi firmava un accordo per attuare nel nostro paese l'impianto di ben quattro centrali nucleari di terza generazione, e non ha assolutamente parlato dei problemi di riscaldamento globale. Segnaliamo a questo proposito che l'inquinamento della città di Milano per ben 35 giorni sui 55 dall'inizio dell'anno ha superato il livello di inquinamento atmosferico, raggiungendo i 171 microgrammi di polveri sottili, contro i 50 del limite europeo. Ma il Governo italiano e il Comune di Milano non fanno una piega.

Tornando al nucleare, Berlusconi ci dà notizia dell'avvenuto accordo sfoderando un sorriso compiaciuto. E aggiunge che finalmente si è "abbattuto il fanatismo ecologico di una parte politica che già vent'anni fa ci aveva impedito di terminare la costruzione di due nuove centrali". Quindi si torna al nucleare? Ma come, ci siamo battuti tanto, il 70% degli italiani nel referendum sulle centrali ha votato contro, e lui ci definisce in massa fanatici dell'ecologia? E specifica che quello nucleare è un metodo ormai controllabile e sicuro. Ma come sicuro? Silvio, ti sei scordato che non più tardi dell'anno scorso in Francia succedeva un disastro: dall'impianto nucleare più importante della nazione, fuoriuscivano scorie tossiche che colpivano dieci operai. "Ma, calma!" dice il ministro francese, "degli operai sono stati colpiti dalle esalazioni, è vero, ma solo leggermente". Cosa significa "leggermente"? Significa che i danni procurati alla salute di quei dipendenti sono insignificanti: gli son diventati i capelli un po' azzurri, gli occhi fluorescenti e la pelle leggermente squamata. Qualcuno ha anche le branchie, ma gli stanno bene.

Ma io mi chiedo, questo nostro presidente è disinformato naturale o ha studiato per diventarlo? Nessuno gli ha detto che, a parte il pericolo continuo di disastro tipo Chèrnobyl, per il nucleare esiste il problema delle scorie? E che noi, in Italia, per il solo fatto di aver messo in funzione un paio di centrali nucleari cinquant'anni fa, ancora oggi abbiamo scorie che non sappiamo dove sbattere? E lo stesso accade anche in Francia, Il presidente ha dichiarato che entro il 2020 da noi sarà già attiva la prima delle quattro centrali previste. Ma quel cervello incandescente di governante sa cosa costa montare una centrale nucleare? In Finlandia ne stanno costruendo giusto una di ultima generazione. Avevano previsto che sarebbe costata un miliardo di euro, ma a metà percorso si sono accorti che il miliardo previsto s'era raddoppiato, due miliardi. Ora i responsabili della centrale, gente preparata e onesta, hanno avvertito che il valore dell'energia che riusciranno a produrre con quella loro centrale non riuscirà a coprire neanche la metà dei costi di fabbricazione ed impianto. Non solo, ma che la perdita aumenterà a dismisura quando, fra una ventina d'anni, come di norma, dovranno smontare tutto l'impianto e preoccuparsi di imballare ogni elemento dentro un enorme container in cemento armato, e poi andare a sistemarlo in uno spazio scavato nella roccia a un minimo di dieci metri sotto il livello del suolo.

E il nostro presidente, sempre lui, Silvio Eta Beta, assicura che l'energia nucleare è la più economica e produce ampi vantaggi e viene smentito immediatamente da ogni scienziato onesto e informato che lo sbeffeggia: "Ma che dici, Eta? Attento a te, i reattori funzionano solo grazie all'uranio arricchito. Ora devi sapere che negli ultimi anni il prezzo di questo propellente è aumentato di addirittura sette volte, per la semplice ragione che le riserve stanno per finire; e giacché il governo italiano ha appreso che per soddisfare l'intiero bisogno della nazione si dovrebbero realizzare, sul vostro territorio, almeno sessanta centrali dell'ultima generazione, dove andate a sbattere? Vi è sfuggito il particolare che per raggiungere questo numero abbisognano almeno trent'anni, con una spesa da fantascienza? E poi c'è il guaio che proprio in ragione dell'enorme numero di centrali che ogni paese cosiddetto civile ha in programma di costruire, entro quindici anni di uranio fruibile non ce ne sarà più e allora con cosa le fai andare le sessanta centrali, con le noccioline? O col popcorn?! E poi, cervellone mio, ci spieghi in quale zona o territorio hai in mente di costruirle queste centrali? Nessuno ti ha detto che l'Italia è un paese a forte incidenza tellurica? E che dal nord al sud più profondo non c'è luogo dove sia pensabile montarci un impianto nucleare? L'unico sicuro sarebbe Roma, anzi il Vaticano è proprio il punto ideale... io insisto e firmo per una soluzione del genere.

da repubblica.it

martedì 3 marzo 2009

Il vostro comune denuclearizzato: è la proposta di Legambiente

Legambiente invita tutti i comuni ad aderire alla mobilitazione generale per il clima contro il nucleare dichiarando i propri “Territori denuclearizzati”, in risposta alla decisione del governo di riaprire la partita dell’energia atomica.
È una proposta rivolta a tutti gli enti locali d’Italia, un invito a vietare su tutto il territorio di loro competenza l’installazione di centrali nucleari, garantendo altresì la massima trasparenza e partecipazione nell’individuazione di siti di stoccaggio per i rifiuti radioattivi.
Legambiente si sta battendo per rilanciare la partecipazione e sostiene la legittima esigenza delle popolazioni e degli enti locali di potersi esprimere a riguardo. Il governo ha indicato per l’atomo un obiettivo del 25% dell’energia elettrica prodotta. Per raggiungerlo sarà necessario localizzare e costruire almeno 8 centrali nucleari simili a quella in costruzione attualmente in Finlandia, la più grande al mondo, di “terza generazione evoluta”: una tecnologia già vecchia che non ha risolto nessuno dei problemi noti da anni.
A 22 anni dall’incidente di Chernobyl, il nucleare non solo pone ancora gravissimi problemi di sicurezza, ma è anche una fonte energetica costosa, che non abbasserà affatto la bolletta energetica nazionale, non ridurrà la nostra dipendenza dall’estero e non ci permetterà di rispettare la scadenza europea del 2020 per la riduzione delle emissioni di gas serra prevista dall’accordo europeo 20-20-20. Se l’Italia decidesse di puntare sul nucleare, dato il costo ingentissimo dell’operazione, abbandonerebbe qualsiasi investimento alternativo sullo sviluppo delle tecnologie pulite e dell’efficienza energetica e rinuncerebbe alla costruzione di quel sistema imprenditoriale innovativo e diffuso in grado di competere sul mercato globale, che ad esempio in Germania occupa ormai 250.000 lavoratori.
Solo con una seria politica nazionale e locale che escluda il nucleare, promuova l’innovazione e renda più efficiente e sostenibile il modo con cui produciamo l’elettricità e il calore, si muovono le persone e le merci, consumiamo energia negli edifici e produciamo beni, si riuscirà, infatti, a rispettare le scadenze internazionali per la lotta ai cambiamenti climatici.
E’ per questi motivi che la nostra associazione ha deciso di promuovere presso tutti i Comuni, le Province e le Regioni d’Italia una campagna nazionale per la dichiarazione dei territori “denuclearizzati”, che sono contrari alla produzione di energia dall’atomo, rinunceranno a ospitare centrali nucleari e garantiranno la massima trasparenza e partecipazione nel processo di individuazione di siti di stoccaggio per i rifiuti radioattivi, derivanti anche dal decommissioning delle centrali dismesse dopo il referendum del 1987.
L’adesione all’iniziativa delle amministrazioni sarebbe un segnale di attenzione rivolto alla sicurezza dei cittadini del territorio e rafforzerebbe la proposta di un modello energetico innovativo, pulito, sicuro ed economico, che esclude il nucleare e che punta alla produzione di energia dalle fonti rinnovabili e al miglioramento dell’efficienza, puntando sul gas come fonte fossile di transizione, a un sistema dei trasporti più sostenibile, a un sistema produttivo e a insediamenti residenziali meno energivori.

tratto da Capitanata.it

Nucleare: una scelta sicura?

L’accordo con la Francia ha riaperto la strada al nucleare. Ma le incognite restano e non solo per ciò che riguarda la sicurezza

Altro che zidanate. Fra Italia e Francia è sbocciato l’idillio. Così dopo l’accordo Alitalia-Air France, l’asse coi cugini d’oltralpe ci consegna un altro frutto: il nucleare. Che sia un frutto maturo o una mela marcia lo sapremo solo fra una decina d’anni, quando cioè le quattro centrali previste dagli accordi di Roma verranno ultimate. Quel che possiamo fare, per il momento, è limitarci ad alcune semplici considerazioni.

Di carattere tecnologico, innanzitutto. Su questo fronte, a quanto pare, i giochi sono fatti. La scelta dei due colossi energetici (Enel da una parte, Edf dall’altra) è andata sulle cosiddette centrali Epr, un acronimo che sta per reattori europei ad acqua pressurizzata. Questi impianti, che rappresentano lo stato dell’arte delle tecnologie in materia (la prossima generazione di reattori, la quarta, non vedrà la luce prima del 2030), possono contare su una serie di misure di sicurezza che dovrebbero metterci al riparo dal ripetersi di catastrofi come quella di Chernobyl: quattro sistemi indipendenti di refrigerazione d’emergenza, un’area di contenimento metallico attorno al reattore, una per il raffreddamento passivo del materiale fuso e una doppia parete esterna in cemento armato in grado di resistere all’impatto diretto di un grosso aereo di linea. Il condizionale è d’obbligo, giacché quando si parla di centrali nucleari le tecnologie possono mitigare ma non annullare tutti i rischi. Così anche se qualcuno le considera più sicure di un calazaturificio c’è anche chi – è il caso dell’Indipendent – sostiene che in caso di incidente i rischi potrebbero essere maggiori che in passato.

Di carattere ambientale. Uno degli argomenti forti della tesi nuclearista riguarda l’assenza di emissioni di CO2. Sbaglia però chi considera il nucleare un processo pulito. Se si guarda all’ intero ciclo industriale, infatti, anche il bilancio ambientale di un reattore ha le sue voci in rosso. Ci sono innanzitutto i costi energetici per l’estrazione, la frantumazione, la macinazione e l’arricchimento dell’uranio. Bisogna poi considerare il prelievo d’acqua necessario per dissipare la potenza termica sviluppata dai reattori che non viene convertita (a titolo di paragone si consideri che in Francia il raffreddamento delle centrali elettriche nel 2006 ha assorbito il 57% dei prelievi totali d’acqua del paese). Infine c’è il capitolo scorie. Che in un paese che fa fatica a smaltire la spazzatura napoletana rischia di essere qualcosa di più di un problema.

Di carattere geografico. A detta degli esperti le centrali dovranno essere collocate in zone poco sismiche o comunque piuttosto stabili dal punto di vista tellurico, vicino a grandi fonti di acqua ma al tempo stesso scarsamente abitate. Con questi “paletti” le alternative non sono molte; bisognerà poi fare i conti con la volontà dei Comuni designati.

Di carattere economico. Costruire una centrale nucleare non è roba da quattro soldi. La centrale finlandese di Olkiluoto - primo esempio di impianto Epr in costruzione - ha un costo stimato di circa 3,2 miliardi di euro. Ma la cifra è destinata a raddoppiare se si aggiungono i costi delle strutture logistiche, quelli per l’approvigionamento del combustibile nucleare e quelli per lo smantellamento e la bonifica degli impianti a fine esercizio (gli impianti nucleari hanno una vita media compresa fra 20 e 60 anni).

Di carattere energetico. Secondo i dati servirebbero sessanta centrali nucleari per coprire l’intero fabbisogno italiano. L’emergenza energetica, dunque, rimane. E considerati i costi in gioco è lecito chiedersi: quanto margine ci resta per gli investimenti in energie rinnovabili? L’obiettivo europeo prevede un incremento del 20% delle fonti rinnovabili entro il 2020. Abbiamo risorse a sufficienza per arrivare puntuali all’appuntamento?


Roberto Catania da mytech.it