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sabato 10 aprile 2010

UN'ATOMICA AMICIZIA


Berlusconi vola a Parigi con 7 ministri al seguito. Parte la seconda fase della collaborazione sul nucleare che prevede la costruzione in Italia di 4 centrali a partire dal 2013 da 5 miliardi di euro ciascuna

Il dibattito sulle forme di governo oscura il 28esimo vertice italo francese. La seconda puntata della storia d'amore nucleare tra Parigi e Roma, ieri, è finita in secondo piano facendo largo ad nuovo protagonista: il semipresidenzialismo.
La suggestione dall'Eliseo, in effetti, deve essere stata troppo forte per resistere al fascino del potere repubblicano dal retrogusto borbonico: «L'Italia è interessata a una riforma dello Stato sul modello del semipresidenzialismo francese», ha detto il premier Silvio Berlusconi, che ha aggiunto: «Ma senza doppio turno perché va bene la legge elettorale che già ha». Una stoccata, quella sul sistema elettorale, rivolta al presidente della Camera Gianfranco Fini che giovedì scorso aveva dimostrato una certa insofferenza verso l'indicazione di modelli costituzionali senza i dovuti adeguamenti alla legge elettorale.
Oltre alla premura di aprirsi la strada al Quirinale, ieri il premier ha lavorato, insieme a sette ministri italiani, alla conclusione della seconda fase dell'accordo di collaborazione sul nucleare siglato nel vertice di Roma del febbraio 2009 e ampliato ieri a Parigi.
Così negli incontri avvenuti tra i ministri dell'Energia e dell'Ambiente di entrambe le nazioni la collaborazione si è allargata a diversi settori (sicurezza e formazione accademica) e diversi attori. Protagonisti assoluti degli accordi che daranno il via, a partire dal 2013, alla costruzione di almeno 4 centrali nucleari sono Enel, la francese Edf, Ansaldo Energia e Ansaldo Nucleare (quest'ultime entrambe di Finmeccanica) che hanno firmato un memorandum per lo sviluppo dell'energia atomica «il cui obiettivo è quello di valorizzare il ruolo dell'industria italiana nella realizzazione delle nuove centrali», smentendo quindi chi bolla l'accordo come "bidone" rifilato dai cugini francesi tutto a vantaggio delle loro casse.
Ogni centrale costerà «almeno 4,8 miliardi di euro - spiega il fisico nucleare Erasmo Venosi -, un prezzo cristallizzato che non tiene conto dell'aumento dei costi nel tempo del denaro, del carburante e degli impianti di raffreddamento. Impossibile, quindi, che il prezzo non aumenti superano di molto i 18,4 miliardi complessivi ». Nessun dubbio poi sulla sicurezza, se ce l'hanno loro possiamo averlo anche noi. A breve quindi partirà una campagna di comunicazione per rimuovere "i pregiudizi ideologici" degli italiani sul nucleare. «Le centrali francesi - ha affermato Berlusconi rispolverando un vecchio cavallo di battaglia - sono vicine all'Italia e un eventuale pericolo ricadrebbe anche su di noi». Affermazione, questa, più che smentita da molti esperti che fanno notare come ad ogni centrale corrispondano diverse zone di pericolo (indicate nelle mappe tecniche con colori diversi) la cui intensità diminuisce in via proporzionale alla distanza dalla centrale.
A ricordare che gli incidenti nucleari non sono necessariamente tutti della portata di Chernobyl sono le associazioni antiatomo francesi, Greenpeace in testa, che denunciano non solo i continui incidenti che avvengono nelle centrali francesi, ma anche lo smaltimento illegale e criminoso delle scorie che dal Mare del Nord vengono imbarcate verso la Russia, con la scusa di essere recuperate, quando in realtà vengono abbandonate a cielo aperto in diverse zone della Siberia.
Un problema, quello delle scorie, che l'Italia non ha ancora affrontato apertamente. Gli scarti delle vecchie centrali, infatti, secondo un accordo del 2007 vengono smaltiti in Normandia a Le Hague, per la gioia degli abitanti della zona che hanno visto il proprio territorio trasformarsi nella pattumiera nucleare d'Europa, in futuro invece, secondo l'accordo del 2009, resteranno nelle centrali italiane, in attesa dell'individuazione di un grande sito di stoccaggio nazionale. Un problema che forse non riguarderà più il premier che punta dritto al Quirinale.

Susan Dabbous da Terra

mercoledì 10 marzo 2010

MONTALTO DI CASTRO, GREENPEACE LANCIA IL SUO "URLO" ANTINUCLEARE


Blitz dell'associazione ambientalista ieri nella località laziale, principale candidata ad ospitare una delle prossime centrali. Striscioni sul tetto dell'impianto e concerto al largo del Tirreno a bordo della Rainbow Warrior

Era il 1987 e l'Italia diceva no al nucleare tramite referendum. In conseguenza di quella scelta democratica, i lavori della centrale di Montalto di Castro vennero stoppati e l'impianto fu destinato alla produzione di energia termoelettrica.
Oggi, a causa delle scelte del nostro governo, la minaccia atomica si avvicina di nuovo a grandi passi sulla penisola e l'allerta si alza per siti strategici come Montalto. La località laziale, disponendo di una rete elettrica da 3.500 Mw e sorgendo vicino al mare, in una zona costiera a basso rischio sismico e idrogeologico, è la prima indiziata in cima alla lista "atomica" tenuta ancora segreta dai ministri competenti. Anche perché gli avvenuti sopralluoghi tecnici da parte dell'Edf (azienda francese che sta lavorando con l'Enel per la realizzazione delle nuove centrali) non sono segreti affatto.
E' di ieri, lo spettacolare blitz messo in piedi da Greenpeace per sensibilizzare l'opinione pubblica sull'urgente questione, accantonata in maniera sospetta (per usare un eufemismo) dai politici italiani in questi concitati giorni pre-elettorali. Gli attivisti dell'associazione ambientalista hanno occupato il tetto della vecchia centrale nelle prime ore del mattino, esponendo un enorme striscione con la scritta "Emergenza nucleare" e un altro di 150 metri quadrati raffigurante l'emblema della campagna: il simbolo stilizzato del nucleare ricombinato per assomigliare al celebre quadro di Edvard Munch, L'urlo.
In seguito, verso le 13, sul Mar Tirreno, al largo della centrale, l'ammiraglia di Greenpeace, la Rainbow Warrior, è diventata il suggestivo scenario del concerto intitolato "Artisti contro il nucleare". Musicisti di diverso genere e provenienza (Adriano Bono & Torpedo Sound Machine, 99 Posse, Leo Pari, Piotta e Punkreas) hanno dato il loro sostegno, cantando il singolo "No al nucleare": esibizione trasmessa in diretta streaming sul sito internet dell'associazione che, sempre sul web, ha già raccolto, in meno diun mese, oltre 64mila firme contro la nuova era atomica.
Alla pagina apposita www.nuclearlifestyle.it (da cui si può anche scaricare gratuitamente l'mp3 del brano), si è aggiunto il numero verde 800.864.884 per permettere ai cittadini di lasciare ai candidati alle Regionali i propri messaggi antinucleari. «Tocca adesso ai politici in corsa per le elezioni Regionali prendere una posizione chiara contro l'atomo, altrimenti dopo le elezioni verranno imbavagliati e costretti ad accettare le decisioni del governo», sostiene Andrea Lepore, responsabile della campagna nucleare di Greenpeace, sottolineando come la legge 99/2009 abbia escluso di fatto le Regioni da qualsiasi scelta sulla localizzazione dei siti: in tredici hanno presentato ricorso alla Corte Costituzionale contro questo sopruso. «Tornare al nucleare significa perdere oltre dieci anni per ritrovarsi con centrali obsolete e pericolose, sprecando l'opportunità di investire nelle vere soluzioni per il clima e per l'energia in Italia: rinnovabili ed efficienza energetica».

Diego Carmignani da Terra

martedì 9 marzo 2010

REATTORI EPR A RISCHIO CHERNOBYL. L'EDF FRANCESE LO SA E NON LO DICE


Mistero sulla mancata pubblicazione in Gazzetta ufficiale del decreto che stabilisce i criteri sulla localizzazione degli impianti. Greenpeace rende noto un rapporto sulla sicurezza dei reattori d'Oltralpe in cui si evidenzia che abbassare la potenza al minimo rende possibile la stessa meccanica dell'incidente di Chernobyl. I Verdi: «Sui siti hanno già deciso»


Il nucleare italiano non ingrana. A un mese dalla firma di Napolitano del decreto sulla localizzazione delle nuove centrali, non c'è stata ancora la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale che lo farebbe entrare in vigore, come denunciano ieri i senatori Francesco Ferrante e Roberto Della Seta del Pd.
A gelare l'atomo casareccio sono naturalmente le elezioni regionali e la reazione a dir poco tiepida - in tempi di ricorso alle urne - dei candidati del centrodestra. Ma un'altra tegola sta precipitando sulle sorti del nucleare alla Scajola, nonostante solo ieri il ministro dell'Economia abbia tuonato dalla Francia - dove è in corso la conferenza dell'Ocse sul nucleare civile - che «il programma nucleare italiano procede nei tempi previsti » e che quindi i lavori per la prima centrale italiana saranno avviati entro il 2013.
Il network antinucleare francese Sortir du nucleaire, infatti, ha messo le mani su documenti dell'Edf che mostrano una crescente preoccupazione su alcune caratteristiche tecniche dei reattori Epr.
La tecnologia scelta dal governo italiano per costruire le quattro centrali avrebbe - secondo i documenti fatti filtrare - un difettuccio: a differenza di quanto giurato e spergiurato, può esplodere per una reazione interna al nucleo, con una meccanica simile a quella che si è prodotta nell'ormai lontano 1986 a Chernobyl. «Anche noi che abbiamo denunciato tutti i rischi del nucleare siamo sobbalzati sulla sedia», spiega il direttore di Greenpeace Pippo Onufrio. «Secondo i documenti resi noti, nelle centrali Epr ci sono delle modalità operative per alzare e abbassare la potenza dei reattori che possono portare a un'espulsione delle barre di controllo della reazione atomica e quindi a un incidente esplosivo all'interno del guscio. Non solo. Dalle comunicazioni interne della stessa Edf, si evince che in Finlandia, dove si sta realizzando dal 2005 la centrale di Olkiluoto, il governo e l'agenzia atomica non sono stati informati di questa possibilità dalla costruttrice Areva, la stessa che verrà a fare i reattori in casa nostra».
In buona sostanza, se si mettono al minimo i motori della macchina nucleare, si rischia un'esplosione, secondo quanto reso noto da una nota Edf sul Rapporto preliminare di sicurezza in cui si prevede la possibilità di provocare una «reazione di criticità », il meccanismo che ha messo in moto il disastro di Chernobyl. «Queste modalità operative sono state introdotte per abbassare i costi di gestione adattando la potenza del reattore alla richiesta della rete», spiega ancora Onufrio. Ma a preoccupare è anche la reticenza assurta a sistema.
Il presidente dei Verdi Angelo Bonelli ricorda che «Scajola ha chiuso in cassaforte l'elenco dei siti dove verranno realizzate le centrali nucleari. Il 19 novembre 2009 Enel e Edf, in un incontro romano, hanno chiuso la lista delle proposte. In base alla legge che reintroduce il nucleare in Italia, sarà l'Enel insieme a Edf a proporre al governo la localizzazione delle centrali nucleari in Italia».
E a quanto pare, a decidere se rischiare sulla pelle di tutti gli italiani.

Simonetta Lombardo da Terra

venerdì 5 marzo 2010

VOCI PER UN "NO AL NUCLEARE"

A volte si ottiene più con tre minuti di musica che con intere giornate di studio o voluminosi saggi. Devono averla pensata così Adriano Bono & Torpedo sound machine, i 99 posse, Piotta, i Punkreas e Leo Pari. Artisti che con le loro note hanno sempre fatto riflettere, posto l’accento molto spesso con ironia su ciò che non andava e che proseguono questa rotta lanciando “No al nucleare” un brano denuncia contro la politica energetica decisa dal governo. Un brano pensato in collaborazione con Greenpeace per la campagna Nuclear Lifestyle e che sarà ascoltabile e scaricabile gratuitamente dal 9 marzo sul sito dell’iniziativa (www.nuclearlifestyle. it). L’associazione ambientalista ha chiamato a raccolta tutte le voci contro l’atomo con un progetto che si delinea come un vero work in progress in attesa di raccogliere nuove adesioni. Su una base musicale scritta da Adriano Bono, frontman dei Radici nel cemento, si inseriscono le voci di tutti i partecipanti per un vero brano-manifesto da cantare, ballare ma, soprattutto, pensare ai pericoli che un ritorno all’energia nucleare può comportare sulle nostre vite a partire dai problemi creati dalle scorie fino alla sicurezza delle centrali e alla loro localizzazione sul territorio. «Mi auguro che sia solo il primo passo di una serie di innumerevoli iniziative artistiche, e che contribuiscano all’avvio di una grande mobilitazione di tutta la società civile, con gli artisti schierati in prima linea nel sensibilizzare l’opinione pubblica sulla follia delle scelte energetiche del Governo» ha spiegato Adriano Bono.Sul sito lanciato da Greenpeace si può firmare l’appello contro la legge 99/2009 con la quale il governo sta provando a imporre la localizzazione delle centrali, schiacciando le competenze delle Regioni. Iniziativa già appoggiata da Bernardo Bertolucci, Ascanio Celestini, Andrea Camilleri e tantissimi altri. Si segnalano, inoltre, tutti i Candidati radioattivi con tanto di dichiarazioni ed estratti da articoli di giornali. Basta scegliere la nostra regione d’appartenenza e conoscere le intenzioni nucleari di ogni politico in corsa per la presidenza. In più c’è la “Nuclear hotline”, un numero verde dove poter lasciare un messaggio al nostro candidato radioattivo preferito. Gioca sull’ironia Greenpeace anche lanciando un Nuclear shop dove si possono acquistare, simbolicamente, finte pillole di Ioduro di potassio, caffè radioattivo e la bolletta che l’Enel ci presenterà a partire dal 2020, anno del ritorno dell’energia atomica in Italia. Sempre secondo le previsioni del governo. Ma tutto può cambiare.
Pierpaolo De Lauro da Terra

mercoledì 24 febbraio 2010

"NUCLEARE, PIU' TUMORI E LEUCEMIE NEI BAMBINI"


Parla Giuseppe Miserotti, presidente dell'Ordine dei medici di Piacenza e membro dell'Isde: «Le centrali producono trizio, iodio 131 e plutonio. Che, se inalato in una sola frazione di milligrammo, è letale per una persona»

Giuseppe Miserotti è il presidente dell'Ordine dei medici di Piacenza e il referente dell'Isde, l'associazione dei medici per l'ambiente affiliata alla International society of doctors for the environment.
Lo incontriamo a Napoli, a margine del convegno "Salute, ambiente e prevenzione primaria". E il suo è, allo stesso tempo, un monito per la categoria e per la società. «I problemi sanitari del nucleare non vengono mai dibattuti e sono poco conosciuti anche dai medici». In questa realtà, avvertono dall'Isde, ha sempre meno senso cercare di curare le persone quando l'ambiente che le circonda continua a essere nocivo.

Quante sono e cosa producono le centrali nucleari?
Le centrali elettronucleari sono a oggi 441 nel mondo, alle quali corrisponde il 17% della produzione elettrica totale.
Innanzitutto distinguiamo tra funzionamento in condizioni normali e problematiche radioattive relative agli incidenti. Il primo problema è costituito dal trizio, idrogeno a massa pesante, tre volte di più dell'idrogeno normale. Questo gas si forma di norma negli strati alti dell'atmosfera per azione dei raggi cosmici sull'azoto e sull'ossigeno; una parte contribuisce a determinare il fondo radioattivo naturale. Ma ora la maggior parte del trizio presente sul nostro pianeta è di tipo antropico. Cioè prodotto dalle attività umane.
Negli ultimi anni la quantità di trizio è aumentata enormemente. E' definito un tossico di classe quarta dalla legge. In una centrale si produce un atomo di trizio ogni 10mila fissioni al secondo.

Il trizio poi dove va a finire?
Viene assorbito sia per ingestione, perché entra nella composizione degli alimenti, nonché sotto forma di acqua triziata, che per inalazione. Uno studio del governo tedesco ha dimostrato come vi siano aumenti d'incidenza di leucemie, in particolare nei bambini, e tumori vicino le sedici centrali nucleari del Paese, finanche a distanze di 20-30 chilometri da questi impianti.
Le donne in gravidanza possono assorbire radiazioni: le staminali del feto sono sensibilissime e subendo una prima radiazione vi sarebbe una specie di preparazione proleucemizzante del clone; successive radiazioni potrebbero provocare la malattia.

Quale può essere il meccanismo ipotizzato per queste patologie?
Il destino di molti di questi bambini si giocherebbe ancora quando sono in utero. Uno studio fatto in Romania mostra la quantità di trizio trovato nel latte. E la catena alimentare, peraltro, è caratterizzata dall'imprevedibilità dell'assorbimento.
La distanza dalle centrali condizionerebbe la quantità di trizio assorbito; vi sono studi pubblicati che tuttavia evidenziano come quantità di trizio non trascurabile possano ancor essere significative a distanze di centinaia di chilometri dall'impianto nucleare. Il trizio cade sotto forma di vapore acqueo, e ha una grande importanza nella formazione delle piogge acide. Il trizio e il carbonio 14 vengono eliminati in situazione di normale funzionamento dai camini dove vengono trasportati nella troposfera, sono fortemente solubili, interferendo con l'uomo. Il trizio si concentra nel sangue e rimane nell'uomo, nella matrice organica in cui si è coniugato e vi persiste praticamente per tantissimo tempo a seconda della costituzione fisico-chimica dei diversi tessuti e del tipo di radionuclide.

Le altre sostanze prodotte quali sono?
Il cesio (che ha un'emivita di 30 anni), lo stronzio 90 (28), lo iodio 131 (di 8 giorni ma con variabilità enorme, influenzato dall'età e dalle caratteristiche della persona) e il plutonio, che è un inevitabile prodotto delle centrali (25mila anni) e il carbonio 14 (5.700). Nei reattori delle centrali con le reazioni fissili, infatti, si forma anche il plutonio. Se inalato, anche in sola frazione di milligrammo, è letale per una persona. Anche lo iodio viene assorbito nella catena alimentare.
La tiroide dei bambini è talmente "golosa" di iodio che l'assorbimento è velocissimo. In uno studio di qualche anno fa (dati Cnr sugli effetti di Chernobyl) si vede che dal 1987 in poi c'è un aumento lineare negli adulti e, dato su cui riflettere, ce n'è uno molto più importante, da un punto di vista dell'incidenza del cancro alla tiroide, nei bambini. Negli adolescenti si è avuto un assorbimento a linearità intermedia.

Cosa c'era di particolare in queste malattie?
Quando evidenziata, la patologia si trovava in uno stadio molto più avanzato e si presentava con metastasi linfonodali e polmonari con una frequenza molto superiore alla media; questi tumori erano molto più aggressivi. Un'altra patologia studiata sempre a Chernobyl è la cardiomiopatia da cesio, che ha generato infarti senza fenomeni infiammatori (gli studi sono quelli del dottor Yuri Bandazhevskij). L'Oms ha sempre ammesso che Chernobyl ha prodotto 4.000 vittime.
Sono andato a vedere cosa ha detto Eugenia Stepanova, una ricercatrice del centro scientifico del governo ucraino: «Siamo pieni di caso di cancro della tiroide, mutazioni genetiche che non sono state registrate nei dati che erano sconosciuti venti anni fa». E ancora il vicecapo della commissione di valutazione per la radioprotezione: «Abbiamo studi che dimostrano come 34.499 persone, di quelle che partecipavano alla ripulitura, sono morte di cancro». Il tasso di mortalità è aumentato del 30%.
Queste informazioni sono state ignorate dall'Aiea, l'Agenzia internazionale per l'energia atomica, ente nato sostanzialmente per la promozione del nucleare civile nel 1957 cui aderiscono 137 Paesi. Aiea ha una peculiarità che pochi conoscono. A essa, in tema di nucleare, deve rendere conto la stessa Oms. Con un aforisma potremmo dire che "non si muove foglia sul nucleare che Aiea non voglia".

E i piccoli incidenti?
Solo nel 2007 ci sono stati registrati 942 incidenti cosiddetti "minori". Quindi non è che siano così rari come qualcuno sostiene. Incidenti che, peraltro, vengono quasi sempre nascosti. In Spagna hanno dato notizia di un incidente sei mesi dopo che era accaduto. In Francia hanno sconfessato apertamente alcuni studi scientifici che avevano dimostrato come si era verificato un aumento delle leucemie nei bambini nei pressi degli impianti.
Dal 1980 al 2005, i casi di cancro della tiroide in Francia sono aumentati negli uomini del 433 per cento e nelle donne del 186% (Joseph J. Mangano, direttore del Radiation and public health project di NewYork).
Negli Stati Uniti il 29 gennaio scorso si è scoperto che in una falda di una centrale americana (Vermont Yankee) il trizio presente è mille volte superiore rispetto a quello ammesso dall'Epa, l'agenzia americana, peraltro molto più restrittiva di quella europea. Questo trizio, ora, è in una falda di controllo, ed è monitorato. Ma se dovesse arrivare in una falda di acqua potabile....
Altro esempio: sui seimila km quadrati di Chernobyl non ci potranno più essere attività a causa della prolungata contaminazione. Ho calcolato che un eventuale incidente alla centrale di Caorso avrebbe potuto causare la "contaminazione" di tutta la Val Padana, che produce oggi il 40% delle nostra produzione alimentare.

Che risponde a chi dice che le centrali non inquinano?
Purtroppo il mondo della scienza tecnologica è molto più avanti di quello della scienza pura, quello che fa ricerca, per cui essendoci fortissime motivazioni di interesse economico si tende a utilizzare tecnologie senza sapere, a distanza di anni, quali ricadute possono esservi. Il medico moderno, oggi, ha la grande responsabilità di dover studiare,conoscere bene queste problematiche, perché la prevenzione si fa avendo il dovere etico di dire - quando occorre - dei no rispetto a dei sì. E a molti medici dico anche: facciamo di tutto per uscire dal conflitto d'interessi.
Io faccio il medico di famiglia ed è per me motivo di grande scoraggiamento capire che in questi anni io divento sempre più il meccanico di un'automobile nella quale devo cercare di salvare il salvabile. Non riesco più a fare il medico, ad avere davanti una persona e aiutarla nella direzione della prevenzione della malattia.

Cosa dovrebbe insegnare l'esperienza?
A rinunciare a questi sogni di grandezza che, oltretutto, sono antieconomici. Il decommissioning delle centrali ha costi elevatissimi e tempi non prevedibili.

E poi ci sono i costi umani e sanitari...
Che valore diamo alla vita di un bambino che muore di leucemia per una causa evitabile? La prevenzione della salute in relazione all'ambiente è, oggi, anche un dovere previsto dall'Art. 5 del Codice deontologico dei medici. La verità è che sono troppi gli interessi in campo per il nucleare. Ma noi medici dobbiamo curarci della salute dei cittadini. Il resto m'interessa molto meno.

Valerio Ceva Grimaldi da Terra

giovedì 11 febbraio 2010

La corsa nucleare italiana che fa acqua da tutte le parti

Secondo il governo l’atomo conviene. Ma gli esperti smontano questa teoria conti alla mano. Secondo l’ecologo Lovins, negli Usa «questa tecnologia è morta a causa di un attacco incurabile delle forze di mercato»

Il nucleare conviene, promette il governo italiano. Sarà questa la parola d’ordine su cui si innesterà con tutta probabilità la campagna a favore del nostro ritorno all’atomo. E forse potrebbero essere tanti, in un momento di crisi e rialzo delle bollette elettriche, quelli che si possono lasciare convincere dalla sirena del risparmio economico. Lo ha detto, con la consueta concisione da ingegnere, il leghista Castelli: in bolletta, se tornerà il nucleare, gli italiani dal costo attuale di 80 euro a megawattora ne sborseranno meno della metà, 38 euro. Peccato che questi conti facciano acqua da tutte le parti e che a Castelli, attuale viceministro alle Infrastrutture, si possa riconoscere solo una certa disinvoltura nel manipolare i fatti. «Si gioca con i numeri: quelle cifre sono verosimili solo se si prendono in considerazione centrali già costruite e ammortizzate, quelle che hanno almeno 20 o 30 anni e senza calcolare i costi dello smaltimento », spiega il direttore scientifico del Kyoto Club Gianni Silvestrini. «Per non parlare del fatto che in Italia è appunto necessario emanare delle leggi che assicurano compensazioni economiche alle comunità locali, che saranno onerose e ricadranno o sulle spalle degli utenti o dei contribuenti, e del fatto che i costi delle assicurazioni contro gli incidenti sono sempre più alti». Inoltre, aggiunge Silvestrini, «dato il modello di finanziamento alla costruzione delle centrali scelto dal governo italiano, a guadagnare veramente da tariffe stabili e sicure saranno, alla fine della fiera, i grandi utilizzatori che saranno entrati nei consorzi di costruzione: chi investe nell’impianto ha in sostanza garanzie di avere energia sicura a prezzo fisso, mentre i cittadini, le piccole imprese o semplicemente le imprese che non hanno partecipato alla costruzione pagheranno prezzi ben diversi. Almeno se non ci sono giudizi di incostituzionalità su questa norma». Gianni Mattioli, docente di fisica e leader storico della battaglia anti-nucleare, aggiunge che «i costi per chilowattora per tutte le fonti energetiche sono noti. Un kilowattora prodotto con grandi impianti a gas costa 4 centesimi di euro, come quello dell’eolico, secondo i calcoli del Cirf. Con il carbone si sale a 6-7 centesimi. Il dipartimento statunitense per l’energia stima che il costo del kilowattora nucleare per gli impianti già esistenti è di 6,2 centesimi di euro. Ma Bush ha elargito un incentivo di quasi due centesimi di euro per l’atomo, incentivo che Obama ha dovuto confermare. Siamo quindi a 8 centesimi di euro a kilowattora, 80 euro a megawattora, per impianti già belli che costruiti e in funzione da anni. Esattamente la cifra che secondo il governo si pagherebbe per l’energia in Italia. Dove sarebbe quindi la convenienza di cui parla Castelli?». Secondo l’ecologo Amory Lovins, negli Stati Uniti, «il nucleare è morto a causa di un attacco incurabile delle forze di mercato ». Sarebbe meglio stare a sentire chi ha già pagato i conti: già oggi, negli Usa, per costruire nuovi impianti l’industria chiede il permesso di rialzare del 10 per cento i costi dell’elettricità in bolletta.
Simonetta Lombardo da Terra

L'ATOMO NELLO STIVALE


Il governo approva il decreto che fissa i criteri per il ritorno dell'atomo nel nostro Paese. Ma sui siti è ancora mistero

Nucleare sì o no. L'Italia si interroga, ma non è un referendum democratico, come quello del 1987, oggi impietosamente stracciato.
Lo spirito che motiva le due opposte posizioni è piuttosto dettato delle contingenze economiche e politiche, con le importanti elezioni regionali alle porte e le "moderne" scelte energetiche da compiere. Comunque si guardi la questione, questo governo ha dato ampia prova di voler passare sopra a tutto e a tutti, alla storia del Paese, alla volontà degli amministratori e dei cittadini, di adesso, di allora e soprattutto del futuro prossimo, già colorato del grigio di un reattore nucleare.
Se la prima pietra fisica sarà posta tra tre anni, nel 2013, e l'avvio alla produzione di energia nel 2020, un pesante e fondativo passo è già arrivato: ieri, con l'approvazione in via definitiva, da parte del Consiglio dei ministri, del decreto che disciplina la localizzazione, la realizzazione e l'esercizio di impianti di produzione di energia elettrica nucleare in Italia.
A sentire le parole del ministro dello Sviluppo economico Scajola, riprese in parte anche dalla sua corrispettiva all'Ambiente Stefania Prestigiacomo, «il provvedimento si caratterizza per due aspetti: la trasparenza e il rispetto assoluto della sicurezza delle persone e dell'ambiente». Una garanzia che rimane sulla carta, indimostrabile e quasi canzonatoria per quelle amministrazioni locali violentate dalla scelta coatta dell'atomo.
Sono già 15 le Regioni che si sono schierate contro la legge che rilancia il nucleare nel nostro Paese, mentre 11 di loro (Basilicata, Calabria, Emilia Romagna, Umbria Lazio, Puglia, Liguria, Marche, Piemonte, Molise e Toscana) l'hanno impugnata per incostituzionalità e aspettano l'udienza calendarizzata per il mese di giugno.
Intanto, quasi rispolverando il quesito referendario, Legambiente ha posto la domanda «una centrale nella mia Regione, sì o no?» ai candidati alle prossime elezioni regionali. Risultato: ben 23 esponenti di tutti gli schieramenti politici, dalla Lega al Pd, passando per l'Udc e il Pdl hanno dato parere negativo. Nove politici in corsa ancora non si esprimono e solo 6 dicono chiaramente di appoggiare l'opzione atomica. Tra questi il magnanimo presidente della Lombardia, Roberto Formigoni, d'accordo a costruire centrali, ma non nella sua Regione. Buffa posizione ricalcata anche da Rocco Palese, candidato Pdl alla presidenza della Puglia, che dice sì al ritorno al nucleare, ma no ad una centrale e ad eventuali parchi tecnologici di stoccaggio di rifiuti radioattivi nel tacco d'Italia.
Un piede in due staffe per non inimicarsi il consenso popolare da una parte, e non mostrarsi refrattari al dirigismo governativo dall'altra.
Fatti salvi questi esempi di "buona politica", la mappa appare abbastanza eloquente e non sembra preludere certo a quella «ampia partecipazione delle Regioni, degli enti locali e delle popolazioni», promessa nel decreto ieri approvato. «Un fatto grave e con aspetti di incoerenza istituzionale», ha dichiarato il presidente della conferenza delle Regioni, Vasco Errani, che introduce un altro grande interrogativo: «come mai si lavora così velocemente per varare i criteri, ma si rimanda a dopo le elezioni regionali la scelta dei siti? E perché il Governo non ha voluto attendere il giudizio della Corte costituzionale, contribuendo così ad un clima di grande incertezza e confusione su un terreno strategico per lo sviluppo di una seria politica energetica nel nostro Paese?».
Alla faccia della trasparenza decantata da Scajola. Le stesse criticità sono rilevate dal presidente dei Verdi, Angelo Bonelli, che parla di vera e propria truffa, poiché l'esecutivo, temendo il boomerang elettorale, finisce per negare ai cittadini italiani il diritto di sapere se nel loro territorio ci saranno impianti atomici.


Diego Carmignani da Terra

mercoledì 10 febbraio 2010

RITORNO AL NUCLEARE, OK DAL GOVERNO


Il governo ha dato il via libera al decreto legislativo sulla disciplina della localizzazione, della realizzazione e dell'esercizio di impianti di produzione di energia elettrica nucleare, di impianti di fabbricazione del combustibile nucleare, dei sistemi di stoccaggio del combustibile irraggiato e dei rifiuti radioattivi, nonchè misure compensative e campagne informative al pubblico. I primi lavori nei cantieri, come ha spiegato il ministro della Sviluppo economico Claudio Scajola, cominceranno nel 2013 e la produzione di energia elettrica partirà nel dal 2020.

POLEMICHE - Il via libera del governo ha suscitato le vive proteste dell'opposizione e degli ambientalisti. Malgrado le rassicurazioni del ministro Stefania Prestigiacomo, secondo la quale il decreto «conferma la scelta del Governo di operare sul nucleare puntando sulla massima sicurezza e sulle più attente tutele dell'ambiente». «Con il decreto approvato oggi Berlusconi e Scajola mettono in scena un'autentica pagliacciata di Stato» hanno affermato i senatori Pd Roberto Della Seta e Francesco Ferrante. «Il Consiglio dei ministri ha dato il via libera ad una clamorosa truffa ai danni dei cittadini italiani, perché il nucleare non solo è dannoso per l'ambiente e la salute ma è anche insostenibile dal punto di vista economico» ha detto il presidente dei Verdi Angelo Bonelli, che ha aggiunto: «Il governo per l'affare nucleare ha deciso di mettere le mani nelle tasche dei cittadini. Questa operazione del ministro Scajola porterà ad un aumento del 15% delle bollette in cui già sono presenti costi per 400 milioni di euro per lo smaltimento delle scorie delle centrali dismesse dopo il referendum dell'87». «Il centrodestra la smetta con il gioco delle tre carte per paura di un boomerang elettorale alle prossime regionali e dica ai cittadini quali sono i siti che hanno già scelto. Fonti francesi ci confermano che la rosa di località per le centrali atomiche è quella che avevamo già indicato. Ossia: Montalto di Castro (Viterbo), Borgo Sabotino (Latina), Trino Vercellese (Vercelli), Corso (Piacenza), Oristano, Palma di Montechiaro (Agrigento), Monfalcone (Gorizia), Chioggia (Venezia), mentre l'ex centrale del Garigliano (tra Latina e Caserta) sarà il deposito nazionale per le scorie». «Sul nucleare il governo ha deciso, ma come farà ora a convincere la popolazione se non ha convinto nemmeno i candidati della maggioranza alle regionali?» è la domanda posta da Legambiente.

LE REGIONI - Intanto proprio nel giorno in cui il governo ha approvato il decreto legislativo con i criteri per la scelta dei siti che ospiteranno le nuove centrali nucleari, le opposizioni nel Consiglio regionale della Sardegna hanno presentato una proposta di legge per dichiarare l'isola territorio «denuclearizzato», sollecitandone l'approvazione urgente. D'altro canto, il presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, pur valutando positivamente la scelta del governo di un ritorno dell'Italia al nucleare, ha escluso che una centrale possa nascere nel territorio regionale. «In Lombardia siamo vicini all'autosufficienza quindi non c'è bisogno di centrali in questo momento».
LA «STRATEGIA NUCLEARE» - Il decreto sul nucleare aveva ricevuto martedì il via libera anche delle commissioni parlamentari competenti e ha registrato il parere positivo anche del Consiglio di Stato sebbene con osservazioni recepite nel decreto approvato dall'esecutivo. All'appello manca dunque il parere della Conferenza Unificata che il governo acquisirà in un momento successivo essendosi avvalso della decretazione di urgenza, che consente la consultazione successiva della Conferenza. Il provvedimento in questione prevede alcune scadenze importanti, tra cui quella che prevede che entro tre mesi dall'entrata in vigore della legge, il governo dovrà adottare la «Strategia nucleare», un documento programmatico quanti impianti verranno realizzati, la relativa potenza complessiva ed i tempi attesi di costruzione e di messa in esercizio degli stessi.


da Corriere.it

venerdì 5 febbraio 2010

PREPOTENZA ATOMICA


Il governo impugna, di fronte alla Corte costituzionale, le tre leggi regionali contro il nucleare. Puglia, Campania e Basilicata non hanno - secondo il ministro Claudio Scajola - il diritto costituzionale di decidere quale energia verrà prodotta sui loro territori. Se passasse questo principio, si tratterebbe, secondo lo stesso Scajola, di «un pericoloso precedente, perché potrebbe indurre le Regioni ad adottare altre decisioni negative sulla localizzazione di infrastrutture necessarie al Paese».

L'energia elettrica, l'ambiente e la sicurezza nucleare sono affari di Stato, nel senso ampio della parola. E l'atomo innesca una catena di reazioni da parte delle opposizioni e delle Regioni: il presidente dei Verdi Angelo Bonelli, all'ottavo giorno di sciopero della fame per l'assenza delle tematiche ambientali nel sistema dell'informazione, denuncia l'iniziativa del governo come «un atto fascista e fuori dalla democrazia ». «E' sempre più evidente - dice Bonelli - la volontà di mettere i cittadini italiani davanti al fatto compiuto rispetto alla costruzione delle centrali nucleari, imponendole con l'esercito e ignorando completamente la democrazia e le scelte delle Regioni ».
Mentre il presidente della Puglia Vendola annuncia che «la Puglia sarà la regione più disobbediente d'Italia e continuerà a dire no al nucleare», la candidata nel Lazio, Emma Bonino, parla del ricorso alla Corte costituzionale come di «un semplice atto di prepotenza, proprio perché l'energia, come lo stesso ministro Scajola ha notato, è secondo la Costituzione materia concorrente tra Stato e Regioni».

Le tre leggi regionali contro cui il governo ha fatto ricorso alla Corte costituzionale sono state tutte e tre approvate tra dicembre e gennaio, (per l'esattezza la norma campana è inserita nella Finanziaria). Tutte e tre recitano un principio che appare di buon senso e del tutto aderente alla costituzione: «Nel pieno rispetto dei principi di sussidiarietà, ragionevolezza e leale collaborazione e in assenza di intese con lo Stato in merito alla loro localizzazione, il territorio della Regione è precluso all'installazione di impianti di produzione di energia elettrica nucleare, di fabbricazione del combustibile nucleare, di stoccaggio del combustibile irraggiato e dei rifiuti radioattivi, nonché di depositi di materiali e rifiuti radioattivi».
La legge 99, quella che ha reintrodotto la scorsa estate l'atomo nel nostro Paese, sostanzialmente cancella la possibilità, per tutte le regioni italiane, di opporsi alla costruzione di un impianto nucleare o di un sito di stoccaggio e, di fatto, militarizza le procedure di localizzazione dell'energia atomica e di costruzione degli impianti.
Un'idea che non piace a tutti, a sinistra come a destra, tanto è vero che undici regioni hanno impugnato lo scorso settembre, sempre di fronte alla Corte Costituzionale, il provvedimento emanato dal governo italiano: ben dieci (Toscana, Umbria, Liguria, Piemonte, Calabria, Marche, Emilia Romagna, Lazio, Puglia e Basilicata) sono le amministrazioni governate dal centrosinistra e solo una, il Molise, con una giunta del Pdl. Ma il mese scorso era già cresciuto il numero dei governatori poco convinti dalle procedure scelte dal governo per imporre il nucleare: la Conferenza delle Regioni ha di fatto congelato il decreto attuativo della legge nucleare, sulle procedure di individuazione e le forme di risarcimento.
Al nucleo iniziale si erano quindi aggiunte regioni con un saldo cuore leghista, come il Veneto. E oggi non piacerà, con tutta probabilità, ai sostenitori del federalismo questo ennesimo attacco alle Regioni. Così come non piace, naturalmente, ai primi destinatari dell'azione del Governo. Non si stupisce infatti il presidente della Conferenza delle Regioni Vasco Errani e governatore dell'Emilia Romagna. «Sapevamo che si sarebbe innescato un conflitto istituzionale e costituzionale - sottolinea - ma di questo è responsabile il governo, non le singole regioni».
Il nucleare «è un errore, per tanti motivi- continua il governatore - inclusi gli altissimi costi. L'Italia si sta avviando verso una direzione sbagliata». E' ancora più netta la posizione di Silvio Greco, coordinatore Ambiente della conferenza delle Regioni e assessore della Calabria, che parla di «un ulteriore gesto di arroganza da parte del governo. A essere anticostituzionale - aggiunge - è proprio la legge 99, non quelle regionali che ristabiliscono il diritto dei cittadini di entrare nel processo decisionale locale e quello di leale collaborazione».
Così, a giudizio di Legambiente, l'azione intrapresa dal ministro Scajola contro Puglia, Campania e Basilicata «è un atto che mira a frenare preventivamente ulteriori decisioni regionali in tal senso », mentre il Wwf parla di un «vero e proprio atto di ritorsione del governo nei confronti delle Regioni».

Simonetta Lombardo da Terra

"IL NUCLEARE IN ITALIA: UN ATTO FASCISTA"


Nucleare "Un atto fascista! Simuleremo un incidente alla centrale di Montalto"

Angelo Bonelli è presidente dei Verdi, partito "sfiatato" dall'assenza in Parlamento e dalla censura dei media, perché si porta appresso temi scomodi, come il nucleare.
«Non si tollerano voci diverse da quelle ufficiali del ministro Scajola o dell'Enel». Così Bonelli si è messo a digiunare davanti alla sede Rai di Viale Mazzini, lo fa - ignorato - da 8 giorni.
Legge le agenzie con l'azione revanscista del ministro, a testa bassa contro le Regioni. «Un atto fuori dalla democrazia, tipico del regime fascista, perché va a negare la Costituzione. Il titolo V assegna alle Regioni competenze specifiche in certe materie e Scajola disconosce questo ruolo».

Quanto corre il governo...
«E' cieco e sordo. E giova sull'oscurantismo: non ci sono spazi d'informazione dove discutere, controbattere, sbugiardare le loro menzogne, Per chiedere loro, semplicemente: dove farete le centrali?».

Perchè questa corsa?
«Per interesse. Dietro c'è un sistema industriale che vuole gestire gli appalti pubblici, e qui balleranno diversi milioni perché c'è la volontà politica di mettere sul piatto un sacco di soldi. Gli italiani saranno impoveriti, perché le bollette rincareranno. Ma le grandi famiglie dell'industria e le lobby del potere saranno più ricche».

L'Enel dice: il nucleare creerà mille e 300 posti di lavoro...
«In Germania, dove la Merkel (così come Obama negli Stati Uniti) sta scommettendo sulle energie del futuro, ci sono 250 mila occupati nel settore "solare". In Italia, con il governo Prodi, era stato disposto un piano delle energie rinnovabili, che adesso viene bloccato. Il nostro Paese del sole potrebbe essere il leader di questa energia pulita e invece sarà a rimorchio. Stiamo dilapidando un tesoro, ci stiamo negando il futuro. Più in generale, la politica industriale del governo - e si vede nei fatti di Termini Imerese, nei guai di tutte le aziende in crisi - Sta producendo solo disoccupati e smog».

Oltre che agli industriali suddetti, a chi conviene questo nucleare?
«Ai francesi. Loro non costruiscono nuove centrali da 35 anni, però adesso faranno un grande affare con l'Italia. A Roma si direbbe: ci becchiamo la sòla. Sosterremo la loro economia, visto che la corte dei conti francese ha certificato i 2 miliardi di debiti dell'EDF, la loro agenzia dell'energia. Una parte di quel debito lo pagheranno gli italiani, perché ci siamo appoggiati a loro, che piazzeranno i reattori nelle nostre centrali».

Qual è il vostro grido di dolore che cercherete di far sentire?
«Dopo il dossier che dimostra quanto sia diseconomica l'energia nucleare rispetto alle altre, costi che pagheranno i cittadini, insisteremo su un tema che giocoforza tocca la sensibilità degli italiani. Informeremo tutti che in Francia 18 centrali su 56 sono ferme per guasti o incidenti. La storia ci insegna che un incidente in una centrale può diventare una catastrofe planetaria. E così presenteremo una simulazione di incidente nucleare a Montalto di Castro, dove il governo ha già deciso - ma non lo dice - di rimettere a regime la vecchia centrale».

Marco Bucciantini da L'Unità

STOP ALL'OFFENSIVA NUCLEARISTA


Nel giorno in cui il governo impugna le leggi regionali con cui Campania, Basilicata e Puglia hanno detto no al nucleare del governo il presidente nazionale dei Verdi Angelo Bonelli rivolge un Appello 'a tutte le forze politiche, e quindi anche a Di Pietro, affinchè il referendum contro il nucleare non diventi uno strumento di lotta politica dei partiti, per aumentare il proprio consenso".

E' di una gravità inaudita quello che è accaduto nelle ultime ore.
Il governo, con la decisione di impugnare le leggi regionali di Puglia, Campania e Basilicata contro il nucleare, ha compiuto un atto in puro stile fascista. Un gesto, quello del ministro dello Sviluppo Claudio Scajola e del ministro per gli Affari regionali Raffaele Fitto, che ci riporta indietro di trent'anni. Evidentemente per questa classe dirigente non vale nulla il volere dei cittadini, che già nel 1987 si espressero contro le centrali nucleari nel nostro Paese; così come a nulla valgono le amministrazioni regionali, espressione della volontà popolare.
Ma la decisione del governo Berlusconi di voler ricorrere contro le legislazioni regionali nasconde anche le paure delle forze politiche di maggioranza, che ancora non dicono chiaramente ai cittadini dove intendono costruire le centrali atomiche. Un timore evidentemente legato alla prossima scadenza delle elezioni regionali.
Il governo Berlusconi sa bene che i cittadini sono contrari alla decisione di tornare al nucleare e, per questo, per il rischio di perdere consensi e scatenare proteste nelle comunità locali, si guarda bene dal rendere nota la lista dei siti. E, come se questo non bastasse, il centrodestra ha deciso di imporre la costruzione degli impianti con l'uso dell'esercito.
Ci troviamo di fronte a un gravissimo attacco alla democrazia del nostro Paese, complice un sistema mediatico che ha di fatto oscurato i temi dell'ambiente e del nucleare sottraendoli al dibattito pubblico.
I grandi network televisivi tacciono al cospetto delle decisioni governative e vengono meno al loro dovere di informazione. Il ministro Scajola, protagonista dell'ultima crociata a favore del nucleare, deve spiegare agli italiani dove intende portare le scorie radioattive, altamente tossiche e pericolose per centinaia di anni. E come intende trattarle, in quali stabilimenti e con quali tecniche.
Mentre ai cittadini italiani non viene data la possibilità di farsi un'opinione su queste vicende cruciali per la vita del Paese e per la loro salute. Di fatto è calato un silenzio assordante sui temi che possono danneggiare l'immagine di questa maggioranza e metterne in discussione le scelte. Sul nucleare non esiste più contraddittorio. Ci raccontano quali potranno essere gli effetti positivi delle centrali atomiche, tacendo sui costi reali di questa operazione.
Oltre al silenzio sui rischi serissimi che tutti noi corriamo.

Angelo Bonelli da Terra

ECCO LE BALLE ATOMICHE DEL GOVERNO BERLUSCONI


Un documento che smonta punto per punto le convenienze "nucleari" sbandierate da Scajola, dal governo intero, dall'Enel.
I Verdi hanno steso un dossier sul nucleare, sulle conseguenze dell'arrivo - in accordo con il governo transalpino e insieme con Edf (Electricitè de France) - dei quattro reattori nucleari da 1,6 GW a tecnologia Epr francese.
Si leggono i dubbi di Moody's, la più nota e quotata fra le agenzie di rating, che prevede una erosione di affidabilità per imprese e industrie coinvolte in un affare così rischioso.
Poi ci sono i conti del Mit (Massacchussetts institute of technology di Boston) che conclude sull'enormità delle spese per un ritorno al nucleare. Esborsi che in genere si spalmano su 15 anni, coperti con un mix di debito e capitale proprio, voci di costo che nel nucleare crescono a causa della lunghezza dei tempi di costruzione, del rischio di ritardi "politici" (elevatissimi, in Italia) e problemi tecnici.
Questo porta a un costo medio del capitale nel nucleare pari al 10%, superiore a quello delle altre fonti energetiche, pari al 7,8%: è la principale causa nella sostanziale stasi nella costruzione delle nuove centrali atomiche nei paesi occidentali. L'Italia, invece, è pronta a ripartire, e spaccia questo come un affare...

Moody's fa una simulazione fra le diverse opzioni di produzione dell'energia, inserendo tutti i costi, fissi, variabili, gli oneri finanziari, gli ammortamenti per la divesa durata degli impianti (30 anni per il gas, 50 anni per il nucleare).
Ne risulta un prezzo medio dell'energia (in dollari per Megawattora) di 120 dollari per il gas, 112 per il carbone, 125 per l'eolico, 151 x il nucleare.
La tendenza divaricherà ancora di più questi dati, perché, come scrive Moody's «Il problema del nucleare è l'obsolescenza tecnica e i costi in continua ascesa (e nessuno si metterà ad aggiornare un parco risorse in disuso), mentre le tecnologie rinnovabili, al contrario, procedono velocemente verso tecnologie sempre più efficienti e quindi verso una riduzione dei costi».
E i modelli dell'agenzia si riferiscono a un Paese che produce nucleare, quindi rodato. Da noi si dovrebbe ripartire da zero, dopo 23 anni di messa al bando.
Il governo ribatte che Enel - seconda utility europea - è un'azienza grande, capace di enormi investimenti. Vero, ma proprio Moody's nel 2008 ha declassato il livello di rating a lungo termine di Enel da A1 a A2. E il nucleare "declassa", come si è visto.
I reattori - stando alle ultime commesse francesi in Canada - costeranno intorno ai 35 miliardi di euro. Enel dovrà indebitarsi, in una situazione che la vede già esposta verso il sistema bancario per 51 miliardi, scrivono i Verdi nel dossier. «Servono dunque garanzie, affinchè i partner finanziatori accettino il rischio. Per questo Enel ha proposto di fissare a priori un prezzo del kWh nucleare abbastanza alto da remunerare gli istituti finanziatori, quando la centrale venderà energia».
Questo è il punto critico dell'impresa nucleare italiana, conclude il dossier: impoverirà l'ambiente, le casse dello Stato, le tasche dei cittadini".

Marco Bucciatini da L'Unità

giovedì 4 febbraio 2010

Tornare al nucleare? Ecco i pro e i contro

Circa un anno fa, proprio mentre negli USA il presidente appena insediato, Obama, annunciava un piano ambizioso a favore delle energie rinnovabili, l'Italia guardava indietro e decideva di tornare al nucleare.
Era il 24 febbraio 2009, ventidue anni dopo il referendum popolare del 1987 che aveva bandito le centrali dal nostro paese. “Dobbiamo svegliarci da questo lungo sonno”: con queste parole Silvio Berlusconi annunciò di aver siglato, al termine di un vertice con il premier francese Sarkozy, l'accordo di cooperazione tra i due paesi per la costruzione, entro il 2020, di quattro centrali nucleari di terza generazione (con tecnologia EPR francese) sul suolo italiano.
La posizione del Governo è chiara: “Tornare al nucleare significa stare al passo con il progresso”. L'opposizione di associazioni ambientaliste e comitati locali, nelle regioni candidate ad ospitare gli impianti, è altrettanto netta. Ma al di là della contrapposizione storica tra fautori e detrattori dell'energia dell'atomo, oggi il dibattito si sposta sulle questioni concrete. Quanto ci costa tornare al nucleare? Quali sono i vantaggi e gli svantaggi? E dove saranno costruiti i reattori?
“Il nostro progetto non si limita all'accordo con la Francia” dice il sottosegretario allo Sviluppo Economico con delega all'energia, Stefano Saglia “e prevede di realizzare nei prossimi 20 anni almeno otto reattori, pari a una produzione di circa il 20% del nostro fabbisogno energetico”.
“Il nucleare non esclude lo sviluppo di energie rinnovabili” prosegue Saglia, “in entrambi i casi si abbattono le emissioni di CO2 e si riduce la nostra dipendenza energetica”. Sì, ma le scorie radioattive? “Il problema dello smaltimento esiste, è inutile negarlo”risponde Saglia “non c'è ancora una soluzione definitiva, ma i depositi di scorie vengono gestiti in tutti i paesi. Nel mondo ci sono 439 reattori attivi, e in 50 anni di storia del nucleare non si sono mai verificati incidenti dovuti alle scorie”.
Ma è realistico pensare agli impianti nucleari in un paese dove la TAV è bloccata da anni? “Voglio essere chiaro” spiega Saglia “non si può fare un investimento simile contro la volontà degli enti locali. Per questo spiegheremo ai sindaci, alle province e alle regioni che ospitare una centrale è una grande opportunità economica. È vero che abbiamo disciplinato per legge la possibilità estrema di sostituirci agli enti locali nelle autorizzazioni (come è previsto anche dall'art. 120 della Costituzione), ma noi vogliamo partire dal basso, con il consenso della gente”.
Consenso che si crea anche parlando di cifre: “Il megawatt nucleare, al netto dei costi di ammortamento, ci costerebbe circa 40 euro a MW/h” conclude Saglia “invece dei 65 euro che paghiamo attualmente”.
Sergio Ferraris, giornalista scientifico e direttore di Qualenergia, dubita però delle stime ufficiali sui costi del nucleare: “Le nuove centrali dovrebbero costare circa 30 miliardi di euro secondo Governo e Confindustria, ma i costi di realizzazione con questa tecnologia (l'EPR francese) non sono mai certi. Ce lo dimostrano gli esempi europei di Flamanville in Francia e di Olkiluoto in Finlandia, che oggi è al centro delle polemiche con 3 anni di ritardo accumulati e un budget quasi raddoppiato”.
“Poi ci sono i costi per lo stoccaggio delle scorie e per il decommissioning (lo smantellamento a fine vita dell'impianto)” osserva Ferraris, “che è estremamente oneroso. Alcuni tecnici sostengono addirittura che smantellarli costa quanto costruirli”. C'è un punto su cui tutti, politici e ambientalisti, sembrano d'accordo: “Occorre fare un Deposito Nazionale per le scorie radioattive” conferma Ferraris “non si può pensare di esportare la propria eredità nucleare in altri paesi. Dobbiamo occuparcene noi, e mettere le scorie in sicurezza per almeno 300 o 400 anni.”

da ecoradio.it

lunedì 25 gennaio 2010

Il Governo ha impostato sull’informazione la strategia di acquisizione del consenso sul ritorno al nucleare. Lo dice espressamente l’art 25 della nuova legge : “Opportuna campagna di informazione alla popolazione con particolare riferimento alla sicurezza e alla economicità”. Sull’argomento il discrimine tra informazione e propaganda è molto labile e corposissimi sono gli interessi in campo. Ma importantissimi elementi d’informazione sull’argomento sono taciuti.
Le “cose non dette” sul nucleare riguardano la responsabilità civile e il sistema di misurazione dell’energia nucleare. Il regime giuridico internazionale per il settore poggia su due strumenti: lo Joint Protocol adottato nel 1988 e il Protocollo alla Convenzione di Vienna, entrato in vigore nel 2003. La Convenzione di Bruxelles nel 2004 ha stabilito nuovi limiti per la responsabilità di coloro che gestiscono attività nucleari, pari a 700 milioni di euro. I costi di Chernobyl ammontano a centinaia di miliardi e quindi il limite alla responsabilità equivale a stabilire che sono gli Stati a sopportare gli oneri in caso d’incidente. Negli Usa il Price-Anderson Act pone a carico della collettività la responsabilità civile per eventuali incidenti. Incredibilmente anche la direttiva europea 35/2003/CE sul danno ambientale esclude il settore nucleare dall’ambito di applicabilità della direttiva stessa. Nel 2003 un Rapporto (Solutions for environment economy and technology) della DG Ambiente (UE), stima che Electricitè de France (EdF), se dovesse sottoscrivere un’assicurazione sui rischi dei reattori, il costo del Kwh nucleare crescerebbe di tre volte! Nel gennaio 2005 la Corte dei conti francese ha scoperto che a fronte di 13 miliardi di euro di accantonamenti dichiarati da Edf per lo smantellamento delle centrali nucleari e per la gestione delle scorie radio attive, esistevano solo 2,3 miliardi di attivi effettivamente dedicati allo scopo. Questi esempi mostrano come il nucleare sia un’industria in cui è facile scaricare i costi sul futuro e sulla collettività. Si dimostra altresì che l’industria nucleare non potrebbe competere sul mercato con altre fonti di energia se dovesse farsi carico dei costi assicurativi. Sul sistema di contabilità il nucleare è considerato come una fonte primaria e questo consente di moltiplicare per tre il suo contributo rispetto a eolico, fotovoltaico e idrico. Questo equivale a considerare il calore scaricato nell’acqua o nell’aria come energia primaria e computata per il calcolo dell’incidenza dell’energia nucleare tra le varie fonti. Sembrano inutili tecnicalità ma consentono di “alterare” l’informazione quando si certifica che il nucleare incide globalmente per il 6% dell’energia primaria. In realtà il suo contributo è di un misero 2%! Una corretta informazione sul “nuovo” nucleare nel fare riferimento al costo del Kwh prodotto dal reattore in costruzione in Finlandia dovrebbe tener conto dei seguenti omessi importanti elementi: la produzione di energia elettrica è acquistata a prezzo predefinito da un pool d’imprese che ha consentito di ottenere sui crediti a lunga scadenza un rating da parte di Standard & Poors “BBB” e quindi un tasso di finanziamento irripetibile (2,6%).Nel finanziamento sono stati coinvolti anche due istituti di credito all’esportazione, la francese Coface e la Swedish Export Agency. Da notare che gli istituti per il credito all’esportazione sono d’istituzioni finanziarie pubbliche e governi e hanno come finalità il finanziamento a Paesi in via di sviluppo. Non si può coartare il consenso propalando la economicità del Kwh prodotto con il nucleare. Questa è propaganda, non informazione!

Erasmo Venosi da Terra

giovedì 21 gennaio 2010

I PIAZZISTI DEL NUCLEARE


Nel corso di un meeting promosso ieri da Enel e Confindustria Emma Marcegaglia ha lodato il ritorno all'atomo in Italia: «Un'operazione intelligente e necessaria». Nonostante il Mit calcoli un raddoppio del prezzo di questa tecnologia


Enel e Confindustria piazzisti del nucleare.
Ieri mattina, nel convegno "Supply chain meeting" che si è tenuto a Roma nella sede dell'associazione imprenditoriale, il duo formato dalla presidente Emma Marcegaglia e dall'ad della società energetica Fulvio Conti ha tentato di convincere il sistema industriale italiano che Il ritorno all'atomo in Italia è «un'operazione intelligente e necessaria» (Marcegaglia) e che le imprese nazionali devono accorrere per cominciare a prendere la pole position per la costruzione degli impianti nucleari, che potrebbero addirittura non costare nulla allo Stato.
«Se vi sarà certezza riguardo alla struttura dei ricavi, i progetti saranno finanziabili senza bisogno di sostegni pubblici», ha assicurato Conti chiedendo la fine della «cultura del no e della sindrome Nimby (not in my backyard)» che contagerebbe la politica, tanto che questa si sta rifiutando di dire con chiarezza, prima delle elezioni regionali, quali saranno i siti baciati dalla fortuna atomica.
I dubbi che stanno investendo il centrodestra (almeno nella temperie elettorale) invece non sfiorano la leader di Confindustria, che ha spiegato alla platea di imprenditori che la torta sarà ampia, anche più di quello calcolato: se si vuol fare il 25 per cento dell'elettricità italiana con l'atomo, «stiamo ragionando di ragionando di investimenti per 30 miliardi di euro e in questa fase di crollo degli investimenti è facile capire di quale opportunità stiamo parlando. Se riusciamo a fare sistema - ha spiegato - il 70 per cento di questa cifra andrà all'indotto italiano».
Calcoli che non paiono troppo accurati, almeno se ci si affida alle esperienze europee in corso e allo specifico della rinascita del nucleare italiano, battezzato da un patto Berlusconi- Sarkozy in cui era scritto nero su bianco che a fare la parte del leone sarebbe stata l'azienda francese di stato Areva, la stessa che è impegnata negli unici due reattori in costruzione in Francia e Finlandia.
Per la centrale di Olkiluoto, i tempi di costruzione si sono dilatati di 3 anni e i costi sono aumentati del 60 per cento. Per quella di Flamanville, i ritardi sono di due anni (ma è stata cominciata dopo, pian piano raggiungerà il record finlandese). Il Mit (Massachusetts Institute of Technology, uoa dei più prestigiosi centri di ricerca scientifica mondiale) ha calcolato che nel 2007, il costo del chilowatt nucleare era raddoppiato rispetto a quello che era solo quattro anni prima, salendo da 2mila a 4mila dollari. Ma la ricerca accademica è stata lasciata indietro dalla realtà: l'anno scorso Areva ha risposto a un bando di gara per la costruzione di una centrale in Canada e il costo del kilowatt raggiungeva già i 4.500 dollari: il governo di Ottawa ha pensato bene di tirarsi indietro.
Non appare quindi pleonastica la domanda di Legambiente: «Quali studi segreti in possesso del nostro Governo giustificherebbero il ritorno a questa tecnologia rischiosa e vetusta? Certo non le motivazioni economiche» ha commentato il presidente dell'associazione del cigno Vittorio Cogliati Dezza.
Il presidente dei Verdi Angelo Bonelli ricorda i siti individuati, confermati dalla notizie che arrivano dal movimento ecologista francese (Montalto di Castro, Borgo Sabotino, Trino Vercellese, Caorso, Oristano, Palma di Montechiaro, Monfalcone e Chioggia) e sfida il governo «a smentirci, rendendo nota la lista dei siti prima che si svolgano le elezioni regionali». «Il ritorno all'energia nucleare è un affare per pochi, ma un costo che ricadrà su molti, sull'intera collettività », dice Ermete Realacci, deputato Pd. «La soluzione energetica del nostro paese non passa per il ritorno all'atomo che, a questo stato di tecnologia comporta costi elevati, tempi molto lunghi, problemi legati allo smaltimento delle scorie. Il ministro Scajola spieghi ai cittadini con chiarezza come si pagheranno i costi di un ritorno all'energia atomica».

Simonetta Lombardo da Terra

martedì 19 gennaio 2010

Greenpeace: 'No al nucleare' maxistriscione all'Eur


Protesta, questa mattina a Roma, degli attivisti di Greenpeace contro la politica in favore del nucleare da parte dell'Enel che, secondo l'associazione, su questo tema "bleffa" le imprese. Gli attivisti, rende noto l'associazione, sono infatti saliti sul 'Colosseo Quadrato' all'Eur di Roma per dire 'Stop alla follia nucleare' mentre di fronte a loro, nel palazzo di Confindustria, Enel "imboniva le imprese italiane - afferma Greenpeace - presentando cifre discutibili sull'entità delle commesse per i lavori che riporterebbero l'Italia al suo passato nucleare".

Gli attivisti di Greenpeace hanno srotolato sulla facciata del Palazzo della Civiltà Italiana uno striscione di 300 metri quadrati con la scritta 'Stop alla follia nucleare, Stop Nuclear Madness', proprio mentre l'incontro era in corso. "Enel presenta il nucleare come un affare che per i due terzi è riservato alle imprese italiane - spiega Andrea Lepore, responsabile della campagna nucleare di Greenpeace - ma, a parte le norme sugli appalti di queste dimensioni che prevedono delle gare internazionali, gli impianti Epr proposti da Enel sono un affare solo per il costruttore francese a corto di ordinazioni e non certo per l'economia italiana".

Enel, sostiene l'associazione ambientalista, "cerca di imbonire le imprese italiane sostenendo che godranno del 70% degli investimenti necessari per costruire quattro reattori nucleari in Italia. La quota riservata alle imprese italiane, secondo Enel, sarebbe pari a 12 miliardi di euro, corrispondente alla parte non nucleare degli impianti". Invece, secondo i dati pubblicati dall'azienda elettrica francese Edf, alleata di Enel nel riportare il nucleare in Italia, rileva Greenpeace, "la quota degli investimenti per le parti non nucleari degli impianti Epr è pari al massimo al 40% del totale. La parte prevalente delle commesse andrebbe quindi alle imprese francesi e non a quelle italiane".

Secondo Greenpeace, dunque, "la propaganda di Enel sul nucleare continua, ma l'esperienza degli unici due EPR in costruzione in Finlandia e in Francia ha già ampiamente dimostrato che per questo tipo di impianti, ritardi, problemi nella sicurezza e costi fuori controllo non sono un rischio ma una regola".

da Repubblica.it
(19 gennaio 2010)

I GIORNI DEL NUCLEARE


Giorni caldi per il ritorno dell'atomo nel nostro Paese. Mentre al Senato inizia l'esame sulla disciplina per la localizzazione delle centrali, nelle stesse ore, in Confindustria i big dell'imprenditoria studiano come guadagnarci

Una settimana calda sul fronte del nucleare. E' quella appena iniziata, densa di appuntamenti verso l'annunciato ritorno dell'Italia all'energia prodotta dall'atomo, tra passaggi parlamentari, convegni degli industriali e una campagna elettorale che inizia ad entrare nel vivo.
Oggi, la Commissione industria del Senato inizia l'esame dello schema di decreto legislativo sulla "disciplina della localizzazione, realizzazione ed esercizio di impianti di produzione di energia elettrica nucleare, di impianti di fabbricazione del combustibile nucleare, dei sistemi di stoccaggio, nonché delle misure compensative e delle campagne informative", che approderà giovedì anche alla Commissione bilancio della Camera.
Un provvedimento di iniziativa governativa, di cui sarà relatore il deputato mantovano della Lega Nord Giovanni Fava, il quale si è finora distinto per aver proposto modifiche costituzionali a favore delle scuole private, ma ora alza il tiro e punta a rivoluzionare la produzione di energia in Italia, in barba al referendum del 1987.
Intanto, le imprese sentono profumo di guadagni e ci si buttano a capofitto.
Sempre oggi, presso la sede nazionale di Confindustria, si terrà la giornata del Supply Chain Meeting - Progetto nucleare Italia, organizzata dall'associazione degli imprenditori e dall'Enel, per presentare alle imprese italiane «le informazioni utili per intraprendere il percorso di qualificazione necessario per operare nel settore». Un incontro che sarà concluso da una conferenza stampa congiunta della presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, e dell'amministratore delegato di Enel, Fulvio Conti.
A spingere sull'acceleratore c'è anche una parte del mondo politico, in particolare la maggioranza di governo, anche se a livello locale alcuni candidati hanno difficoltà a sostenere la posizione "ufficiale": da Siviglia, dove partecipa al consiglio dei titolari dell'ambiente europei, il ministro dell'Ambiente Stefania Prestigiacomo ha ribadito che il nucleare «è un'energia pulita e sicura, ed è assurdo che l'Italia ne sia rimasta fuori».
Sul fronte opposto i Verdi, che appoggiano ovunque candidati contrari all'atomo: «Il ritorno al nucleare è una follia, nonché un regalo alle grandi lobby economiche- commenta il presidente degli ecologisti, Angelo Bonelli - una grande speculazione finanziaria, che porterà all'aumento di bollette già oggi salate, visto che attualmente gli italiani pagano 400 milioni di euro l'anno per il decomissioning, la dismissione delle vecchie centrali».
Bonelli ribadisce che i Verdi «sono pronti al referendum, per il quale hanno già raccolto 30mila pre adesioni, pur di non consentire un ritorno al passato che sarebbe il definitivo azzoppamento dell'innovazione tecnologica, visto che verranno usati per il nucleare fondi che potevano essere dedicati alla ricerca».
Riguardo alle elezioni, il leader ecologista invita i presidenti di regione di centrosinistra "ad approvare prima del voto atti di legge che impegnino quei territori a non ospitare le centrali atomiche". In realtà, l'opposizione al nucleare esiste anche nelle regioni di centrodestra: infatti, il Wwf si rallegra del fatto che «la linea contraria alle modalità di individuazione dei siti trovi l'appoggio anche di regioni governate dal centrodestra», a testimonianza delle difficoltà ad applicare una scelta «meramente ideologica e affaristica».
Gli ambientalisti accusano l'esecutivo di non rispettare nemmeno il contenuto del decreto: secondo il testo, prima di assumere decisioni occorre definire un documento che indichi la consistenza degli impianti, la loro potenza e i tempi attesi per la realizzazione e messa in esercizio delle centrali.
La "strategia" doveva essere presentata entro giugno 2009, ma al momento ancora non ne esiste traccia.


Filippo Pala da Terra

lunedì 11 gennaio 2010

ENERGIA, QUANTI SPRECHI. "INVESTIRE SULLA RICERCA"

Intervista A colloquio con Gaetano Borrelli, docente di Economia dell’innovazione. «Contrariamente a quanto si crede il nostro Paese è di gran lunga autosufficiente»

Mentre si acuisce lo scontro istituzionale fra Governo e Regioni sulla localizzazione delle centrali, si addensano ulteriori dubbi sull’effettiva opportunità economica ed energetica di investire in questo settore.
Incontriamo Gaetano Borrelli, ricercatore Enea e docente di Economia dell’innovazione e Valutazione delle politiche energetiche alla Sapienza di Roma.

Abbiamo bisogno del nucleare perché ci serve più energia? Non è esattamente così. Proprio come l’Occidente produce più cibo, che poi buttiamo, così produciamo più energia del necessario.
Contrariamente a quanto si crede, l’Italia è di gran lunga autosufficiente dal punto di vista energetico; le centrali sono, infatti, in grado di fornire una potenza massima di oltre 98 GW, mentre il Paese ha bisogno di 40/50 GW di potenza elettrica lorda istantanea.
Da alcuni anni a questa parte, causa la crisi, la richiesta di energia elettrica è pure in diminuzione.

Perché importiamo energia dall’estero, allora? L’Italia importa circa il 15% del proprio fabbisogno perché conviene. Le centrali atomiche francesi producono, per motivi di ottimizzazione tecnica, a ciclo continuo e la notte “svendono” la loro energia, che poi acquistiamo noi. E' una legge di mercato.

Le centrali nucleari ci consentirebbero di produrre energia più a buon mercato? Lo escluderei. E' palese che le economie di scala si realizzano costruendo molte centrali.

Alcuni obiettano, però, che produciamo energia da fonti che importiamo dall’estero: gas, petrolio, carbone. E' un’obiezione che non possiamo accogliere. Anche l’uranio dovrebbe essere importato. Poi, si tenga presente che, se in Europa ci fosse stato uno sviluppo del nucleare come è avvenuto in Francia, l’uranio sarebbe finito da trent’anni.

Il nucleare è un’energia pulita? Dal punto di vista delle emissioni di CO2 sì, almeno durante la fase di produzione di energia. Per il raggiungimento degli obiettivi 20+20+20 stabiliti dalla Commissione Barroso (entro il 2020 bisogna produrre un 20% di rinnovabili e ad avere un -20% di CO2, ndr), il nucleare non è stato considerato e un motivo ci sarà.

Vale la pena investire tutti questi soldi?
Direi di no: in termini di costi/ benefici, costa molto e non vi è la certezza di un buon raccolto, a meno che non si voglia investire sulla ricerca.
Con il referendum che abrogò il nucleare, si sospese anche la ricerca: quello fu un errore. Si potrebbe sostenere che il ritorno al nucleare sia un investimento in termini di ricerca: ma anche qui, ho la sensazione che si stia imboccando la strada sbagliata.
Se oggi iniziamo a costruire, fra 40 anni avremo centrali di terza, magari anche quarta generazione. Ma fra 30 anni, probabilmente, sarà pronta la fusione nucleare, che non utilizza l’uranio. All’Enea ci occupiamo di fusione, tra l’altro, e speriamo di ricevere finanziamenti.

A che serve fare centrali, allora?
Cantieri, posti di lavoro, stimolo per l’industria. La politica mette in moto processi economici. Il programma nucleare del nostro governo, lungi dal soddisfare un bisogno energetico, rendere l’energia più economica o innovare nella ricerca, è solo una politica keynesiana di stimolo. A vantaggio di “alcuni” gruppi industriali.

Ha senso puntare sulle rinnovabili?
Potrebbero non bastare, dicono gli scettici. Dal punto di vista degli usi civili, potrebbero bastare sicuramente. Produciamo un terzo dell’energia solare di Austria o Germania, con una quantità di giorni di esposizione solare pari al triplo. L’obiettivo dovrebbe essere l’uso razionale dell’energia associato al risparmio energetico. Abbiamo, ad esempio, centrali tradizionali molto efficienti dal punto di vista energetico, ma la rete non sembra essere all’altezza.

Alessio Postiglione da Terra

giovedì 7 gennaio 2010

DIETRO IL NUCLEARE, IL NODO DELLA DISPONIBILITA' DELL'URANIO

Un elemento fondamentale nel dibattito sul ritorno al nucleare in Italia è stato oggetto di marginale discussione quando non di superficiale trattazione: le disponibilità effettive di uranio. Una fonte autorevolissima sull’argomento è la Technology roadmap for generation IV nuclear energy systems, presentata dagli Stati Uniti nel 2002 e sottoscritta dai 10 Paesi partecipanti al programma della Generazione 4. Si tratta di un insieme di criteri per ottenere un reattore che sia sicuro (bassissima probabilità d’incidente ed eliminazione del piano di emergenza per la popolazione), economico e non proliferante. Nel documenti Usa c’è un grafico che pone in evidenza il motivo per cui, per assicurare un futuro alla tecnologia nucleare civile, è necessario sviluppare la filiera dei reattori veloci autofertilizzanti, quelli che utilizzano l’uranio naturale per produrre un combustibile chiamato plutonio in quantità superiore a quella consumata. Gli attuali reattori utilizzano nella stragrande maggioranza un particolare tipo di uranio che copre il fabbisogno (senza riprocessamento) fino al 2030, se si considerano le riserve note, o al massimo fino al 2060 considerando le riserve speculative (probabili o possibili). Stupisce la superficialità dell’Aiea, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica e della Nea, l’Agenzia per l’energia nucleare, che nello studio che quantifica le risorse di uranio, il cosiddetto Red Book, certificano le disponibilità di uranio. Incidentalmente va detto che tra le tipologie di reattori della Generazione 4 vi è la riproposizione di alcuni sviluppati senza successo negli scorsi anni (Msr, Gfr, Sfr, Vutr). Prescindendo da questi dubbi resta l’evidente dato che nessuna di loro ha l’obiettivo di realizzare centrali in tempi brevi e di taglia funzionale alle condizioni vincolanti dei sistemi elettrici liberalizzati. Il dato su cui riflettere è l’entità dell’investimento necessario per il ritorno al nucleare. Ritorno che dipende dall’esito positivo della realizzazione dei reattori futuri ignorando consapevolmente l’esauribilità delle risorse di uranio, economicamente e termodinamicamente sfruttabili. La sorprendente affermazione dell’estraibilità del metallo dall’acqua del mare cozza con i costi da sostenere ma soprattutto per la quantità di energia necessaria per tale impresa, che è superiore a quella ottenuta dalla fissione dell’uranio estratto. Le riserve conosciute hanno concentrazioni variabili tra i 2 chilogrammi in una tonnellata di roccia a 1 per 10 tonnellate, divise tra “facile” e “difficile” estrazione. Nello studio condotto dagli olandesi Storm Van Leeuwen e Smith emerge che la quantità di energia da spendere per estrarre e lavorare l’uranio eccede quella ottenibile nei reattori ogni volta che dal giacimento si estraggono 3 chilogrammi di uranio lavorando 10 tonnellate di roccia. Il 40 per cento delle riserve è detenuto da Canada e Australia che, agli attuali ritmi di consumo, coprirebbero per un paio di decenni il fabbisogno delle centrali europee e americane. La restante parte di uranio è detenuta da Paesi come la Russia, il Niger e il Kazakhstan, mentre l’85 per cento è gestito dal cartello delle “sette cugine”. E non irrilevante osservare che gli impianti di arricchimento dell’uranio sono in mano a quattro società: Areva, Urenco, Rosatom e Usec. Circa un terzo dell’uranio usato oggi proviene da stock militari esistenti e in via di esaurimento. Calcolare al di là di ogni altra considerazione, la convenienza economica del nucleare su un prezzo dell’uranio stabile è un azzardo inaccettabile per il nostro Paese.
Erasmo Venosi da Terra

martedì 5 gennaio 2010

VOTO NUCLEARE, NO GRAZIE!


In tempo di Befana ed estrazioni della lotteria, è bene ricordare che c’è in Italia un gioco a premi - si fa per dire, si tratta di qualcosa ben peggiore del carbone per i bambini cattivi - che nessuno vuole vincere. È la lotteria nucleare: dove sorgeranno le prossime quattro centrali nazionali? Le nomination, tra una indiscrezione e l’altra, il Grande Fratello le ha già fatte uscire a più riprese. Interessano almeno sette Regioni: il Lazio con Montalto e Borgo Sabotino; la Campania con Garigliano, il Piemonte con Trino Vercellese, l’Emilia Romagna con Caorso e poi la Sardegna con Oristano, la Sicilia con Palma e il Friuli con Monfalcone. E siamo solo all’osso delle supposizioni sulla localizzazione delle centrali, perché nel toto-siti è ampiamente entrata anche la Puglia, senza poi neanche sfiorare il tema delle scorie nucleari. Quindi in quattro delle aree più gettonate si vota a marzo: si tratta della metà delle otto regioni in cui si andrà al voto fra meno di tre mesi. Ma i cittadini non potranno decidere anche su questo, mettendo la scheda nell’urna. Un annuncio del governo ha chiarito che i siti saranno svelati solo dopo le elezioni, tra l’altro smentendo anche i tempi del decreto Scajola che prevede la definizione entro febbraio. Non ci pare che si possa decidere per chi votare senza che su questo punto ci sia - stavolta sì - un “contratto con gli italiani”. Chi abita a Roma può dare una preferenza elettorale prescindendo dal fatto che la sua città verrà presa o meno in una morsa atomica? Oggi come oggi, il Pdl non imposterà mai nelle Regioni la sua campagna elettorale sullo slogan “nucleare sì grazie, nel mio giardino”. E, nonostante la propensione filoatomica del suo leader e famiglia, neanche l’Udc di Casini e Caltagirone potrà farlo a cuor leggero. Ci manca di sapere che faranno - solo per fare i nomi sostanzialmente certi - Polverini nel Lazio, Cosentino o Caldoro in Campania, Cota in Piemonte e tutti gli altri, a scanso di equivoci, di depositi di scorie e di cambiamenti in corsa. In Puglia e Campania il centrosinistra ha parlato chiaro e forte con le norme contro le centrali e i siti di stoccaggio. Nelle altre regioni, dove era al governo, il centrosinistra è entrato nel ricorso alla Corte costituzionale. Ma è ora che il nucleare diventi battaglia politica di punta e anche motivo di alleanze elettorali. Se le forze politiche nicchiano, tocca a noi cittadini evitare l’imbroglio: chi darà via libera al nucleare lo dica oggi.
Simonetta Lombardo da Terra