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domenica 14 marzo 2010

LE CENTRALI, UNA FOLLIA ENERGETICA


22 anni dopo il referendum torna il dilemma atomico. E a sinistra c'è chi sostiene il nucleare

1. La costruzione di una centrale nucleare richiede mediamente 10 anni, mentre il nostro paese avrebbe invece bisogno di iniziare da subito la transizione dai combustibili fossili alle fonti rinnovabili di energia. Quindi le centrali entrerebbero comunque in funzione in ritardo rispetto agli scopi che si prefigge il governo.

2. L'Italia non ha più tutte le competenze nucleari degli anni ‘60 e ‘70 e dovrebbe rivolgersi all'estero per acquisire tecnologia e know how.

3. Le 4 centrali nucleari previste coprirebbero solo una parte minima del segmento della produzione elettrica, che tra l'altro è solo una frazione del consumo totale di energia per il nostro paese. La maggior parte dei consumi, infatti, è coperto dai combustibili fossili .

4. Per la realizzazione del nucleare lo Stato dovrebbe investire ingenti risorse finanziarie a scapito di un efficace programma di emergenza per il risparmio, l'efficienza dell'energia e le fonti rinnovabili, in linea con quanto previsto a livello europeo con le percentuali del 20%-20%-20% al 2020, con il rischio del superamento dei parametri di Kyoto e le relative sanzioni previste per i paesi che non raggiungono questi obiettivi.

5. Sulla sicurezza delle centrali non avremo garanzie sufficienti. C'è infatti una sicurezza intrinseca all'impianto che deriva dal tipo di tecnologia usata (in questo caso di importazione francese) sulla quale non possiamo intervenire, una sicurezza derivante dall'ubicazione dell'impianto stesso e una sicurezza di esercizio di cui non abbiamo più le competenze di alta specializzazione necessarie, che probabilmente dovremmo importare dall'estero.

6. C'è un inquinamento radioattivo durante il normale funzionamento della centrale, dovuto allo sversamento nelle acque circostanti. E poi ci sono gli stessi gas radioattivi contenenti Iodio 131, elemento noto per i suoi effetti cancerogeni sulla tiroide. Le radiazioni ionizzanti sono sempre mutagenetiche e non esiste una soglia minima garantita: i loro effetti sull'uomo (insorgenza di tumori, leucemie, ecc.) si possono avere anche a distanza di più di 20/30 anni.

7. Lo smaltimento delle scorie - sia durante l'esercizio della centrale nucleare (barre esaurite di combustibile radioattivo, strutture contaminate, ecc.) che successivamente nella fase di smantellamento dell'impianto, quanto è terminata la sua funzione - è un problema ancora irrisolto, che comporta inoltre costi altissimi per il loro stoccaggio in depositi radioattivi (la cui sicurezza è tutta da dimostrare) in attesa del loro smaltimento definitivo (se e quando si troverà la soluzione).

8. Ricordiamo, nello specifico, come memoria per tutti, che il plutonio prodotto dalle centrali può servire anche per la costruzione di bombe nucleari. In ogni caso questo plutonio deve essere smaltito ed è considerato uno degli elementi più radiotossici che si conosca al mondo, tanto che si calcola che 1 milionesimo di grammo, se inalato, è potenzialmente sufficiente a indurre cancro.

Massimo De Santi
Fisico nucleare da Terra

mercoledì 10 marzo 2010

MONTALTO DI CASTRO, GREENPEACE LANCIA IL SUO "URLO" ANTINUCLEARE


Blitz dell'associazione ambientalista ieri nella località laziale, principale candidata ad ospitare una delle prossime centrali. Striscioni sul tetto dell'impianto e concerto al largo del Tirreno a bordo della Rainbow Warrior

Era il 1987 e l'Italia diceva no al nucleare tramite referendum. In conseguenza di quella scelta democratica, i lavori della centrale di Montalto di Castro vennero stoppati e l'impianto fu destinato alla produzione di energia termoelettrica.
Oggi, a causa delle scelte del nostro governo, la minaccia atomica si avvicina di nuovo a grandi passi sulla penisola e l'allerta si alza per siti strategici come Montalto. La località laziale, disponendo di una rete elettrica da 3.500 Mw e sorgendo vicino al mare, in una zona costiera a basso rischio sismico e idrogeologico, è la prima indiziata in cima alla lista "atomica" tenuta ancora segreta dai ministri competenti. Anche perché gli avvenuti sopralluoghi tecnici da parte dell'Edf (azienda francese che sta lavorando con l'Enel per la realizzazione delle nuove centrali) non sono segreti affatto.
E' di ieri, lo spettacolare blitz messo in piedi da Greenpeace per sensibilizzare l'opinione pubblica sull'urgente questione, accantonata in maniera sospetta (per usare un eufemismo) dai politici italiani in questi concitati giorni pre-elettorali. Gli attivisti dell'associazione ambientalista hanno occupato il tetto della vecchia centrale nelle prime ore del mattino, esponendo un enorme striscione con la scritta "Emergenza nucleare" e un altro di 150 metri quadrati raffigurante l'emblema della campagna: il simbolo stilizzato del nucleare ricombinato per assomigliare al celebre quadro di Edvard Munch, L'urlo.
In seguito, verso le 13, sul Mar Tirreno, al largo della centrale, l'ammiraglia di Greenpeace, la Rainbow Warrior, è diventata il suggestivo scenario del concerto intitolato "Artisti contro il nucleare". Musicisti di diverso genere e provenienza (Adriano Bono & Torpedo Sound Machine, 99 Posse, Leo Pari, Piotta e Punkreas) hanno dato il loro sostegno, cantando il singolo "No al nucleare": esibizione trasmessa in diretta streaming sul sito internet dell'associazione che, sempre sul web, ha già raccolto, in meno diun mese, oltre 64mila firme contro la nuova era atomica.
Alla pagina apposita www.nuclearlifestyle.it (da cui si può anche scaricare gratuitamente l'mp3 del brano), si è aggiunto il numero verde 800.864.884 per permettere ai cittadini di lasciare ai candidati alle Regionali i propri messaggi antinucleari. «Tocca adesso ai politici in corsa per le elezioni Regionali prendere una posizione chiara contro l'atomo, altrimenti dopo le elezioni verranno imbavagliati e costretti ad accettare le decisioni del governo», sostiene Andrea Lepore, responsabile della campagna nucleare di Greenpeace, sottolineando come la legge 99/2009 abbia escluso di fatto le Regioni da qualsiasi scelta sulla localizzazione dei siti: in tredici hanno presentato ricorso alla Corte Costituzionale contro questo sopruso. «Tornare al nucleare significa perdere oltre dieci anni per ritrovarsi con centrali obsolete e pericolose, sprecando l'opportunità di investire nelle vere soluzioni per il clima e per l'energia in Italia: rinnovabili ed efficienza energetica».

Diego Carmignani da Terra

martedì 2 marzo 2010

LE GRANDI CIFRE DEL NUCLEARE

Sudafrica. La nazionale Dcd Dorbyl firma un accordo con la Westinghouse per la costruzione congiunta di nuovi reattori. L’esecutivo però avverte: ripartirà con il programma atomico solo quando avrà fondi sufficienti per 20 centrali
Non sarà ancora l’accordo miliardario che la Westinghouse aspetta da anni, ma il memorandum di intesa firmato il 24 febbraio tra la corporation nippo-statunitense e la sudafricana Dcd Dorbyl per la collaborazione nella costruzione di reattori nucleari segna sicuramente un punto a favore nella battaglia contro la francese Areva per l’appalto delle centrali nel Paese africano. Secondo l’accordo, la società sudafricana si occuperà del disegno, della produzione e dell’integrazione dei moduli per l’AP1000, il reattore ad acqua di terza generazione progettato dalla Westinghouse. Bob Pierce, direttore dei progetti internazionali di sviluppo della società di Pittsburgh, si è detto molto soddisfatto: «Il memorandum rappresenta un punto molto significativo verso la realizzazione di un progetto nucleare in Sudafrica», ha dichiarato nel comunicato stampa che annuncia l’accordo. Quasi sicuramente l’intesa raggiunta potrebbe essere propedeutica alla ripresa del programma nucleare, interrotto da Pretoria nel 2008 per mancanza di fondi. All’epoca, la francese Areva era quasi sicura di portare a casa il mega contratto per 12 centrali nucleari, che avrebbe garantito di superare il momento di difficoltà economica che la compartecipata statale d’Oltralpe stava attraversando. Nicolas Sarkozy si era personalmente speso, in colloqui privati con l’allora presidente Thabo Mbeki, per perorare la causa dell’Areva. Poi, la doccia fredda: «Non abbiamo soldi», aveva dichiarato il governo il 5 dicembre di due anni fa. Oggi la situazione è cambiata, e non solo perché l’economia sudafricana, pur rimanendo a rischio, sta uscendo dalla crisi finanziaria del 2007. Il fabbisogno energetico del Paese, assicurato per il 90 per cento dalle centrali a carbone, è cresciuto, al punto che la domanda sta per superare l’offerta: se vuole competere sul mercato continentale, Pretoria deve dotarsi di un’adeguata rete energetica. Il nucleare dunque? Non è detto: parlando a Durban il 22 febbraio il ministro dell’Energia Dipuo Peters ha precisato che «il Paese ha bisogno di nuova energia, e investirà le sue risorse nell’ammodernamento delle centrali a carbone, in quelle a gas, e nelle energie rinnovabili come l’eolico e il solare». In questo quadro l’energia atomica, precisa, «è una delle opzioni». Più entusiasta Nelisiwe Magubane, direttore del dipartimento nucleare del ministero, che già annuncia la “nuova svolta” del Paese. «Recupereremo il tempo perduto», dice orgoglioso. Finanze permettendo: l’esecutivo ha già sottolineato che non investirà denaro in una sola centrale, perché questo non consentirebbe di recuperare i costi rapidamente, ma che ripartirà con il suo programma solo quando sarà in grado di affidare una commessa più grande. «Almeno venti centrali», secondo Magubane. Westinghouse, insomma, deve ancora pazientare.

Paola Merenda da Terra

mercoledì 10 febbraio 2010

NUCLEARE, I VENTIMILA DI MONTALTO

La mobilitazione nel Lazio tra gli anni ‘70 e ‘80. Come gli ambientalisti smascherarono l’inganno atomico

Eravamo in ventimila il 20 Marzo 1977 per “la festa della vita” a Pian dei Cangani, sul luogo scelto per la centrale atomica di Montalto di Castro. Erano gli anni in cui si moltiplicavano i comitati antinucleari, dal Piemonte alla Campania, il dissenso in Italia crebbe fino ad assumere dimensioni di massa. Dissenso che diede inizio alla battaglia sulle scelte energetiche, che ha attraversato l’Italia dalla metà degli anni ’70 fino agli anni ’80. Gli ambientalisti, smascherato l’inganno del sovradimensionamento della domanda di energia che giustificava i piani faraonici di offerta della stessa (Donat Cattin propose di costruire 20 centrali nucleari) incisero sulle scelte di politica energetica soprattutto in merito alle fonti di approvvigionamento. Molte richieste come il No al nucleare e altre battaglie ecologiste portate avanti nei primi anni ’80, furono sostanzialmente accolte almeno fino al 2000. Tutto il discorso su un modello energetico alternativo, basato sul risparmio energetico sulle fonti rinnovabili fu invece trascurato dai governi che si sono succeduti, con gravi ritardi rispetto ad altri paesi europei. Il 28 Marzo 1979 un gravissimo incidente nella centrale nucleare di Three Mile Island in Pennsylvania, provocò il rilascio di una quantità significativa di radiazioni. Il mondo temette per mesi una catastrofe di proporzioni immani. Crebbe la sfiducia nell’opinione pubblica nei confronti dell’utilizzo del nucleare. Il 28 Aprile del 1986, uscendo per una passeggiata, il cielo era plumbeo, gravido di scure nubi, aria pesante, atmosfera irreale. Rientrai subito, in preda ad uno strano presentimento. Di sera trapelarono le prime notizie del disastro di Chernobyl (che il governo sovietico aveva nascosto per due giorni) quando le prime nubi cariche di radioattività iniziarono a diffondersi per tutta Europa. Era accaduto il più grave incidente nucleare della storia in Ucraina, con l’esplosione, lo scoperchiamento del reattore e con fuoriuscita di una nube di materiali radioattivi. La contaminazione di vaste aree intorno alla centrale rese necessaria l’evacuazione ed il reinsediamento in altre zone di circa 336.000 persone. Il bilancio ufficiale, redatto da agenzie dell’Onu, fu di 65 morti accertati e di altri 4000 presunti per tumori e leucemie su un arco di 80 anni. Tale bilancio fu contestato da associazioni antinucleari internazionali fra le quali Greenpeace che presentò una controstima di circa 6 milioni di decessi su scala mondiale nel corso di 70 anni. La tragedia di Chernobyl, sopportata con grande dignità dalle popolazioni dell’ Ucraina e della Bielorussia, rafforzò e fece crescere i movimenti antinucleari nel mondo. In Italia incominciammo a raccogliere le firme per l’indizione di un referendum contro le centrali atomiche. L’8 ed il 9 Novembre 1987 si svolse il referendum che dette un risultato straordinario: l’80% della popolazione italiana si espresse contro ed il governo deliberò la moratoria nell’utilizzo del nucleare da fissione quale fonte energetica. Fu una grande vittoria. Oggi il governo Berlusconi ha formalizzato la scellerata decisione di ritornare al nucleare. Rischi di tragici incidenti e di anomalie di funzionamento, problema delle scorie (che nessuno sa realmente risol- vere, a meno che non pensiamo di mandarle in Africa, contaminando territori di popolazioni ignare e innocenti), smantellamento ed interramento delle centrali, militarizzazione dei territori su cui sorgono le centrali, bastano per ribadire il no al nucleare. Cosa fare per contrastare la scellerata ed antidemocratica decisione del centrodestra? Dobbiamo, ricalcare i movimenti degli anni ‘70 ed ‘80, cercare di incidere a livello politico e, soprattutto, culturale, utilizzare il web, inventarci nuove forme di comunicazione, imporre, la nostra presenza sui media e soprattutto scuotere una opinione pubblica oggi assonnata e rassegnata, ma non insensibile ai problemi della salute, della salvaguardia del pianeta e del futuro delle giovani generazioni.
Maria Boncompagni da Terra

IL GOVERNO ATOMICO

Al Consiglio dei ministri di oggi non si discuterà solo di giustizia e della possibilità di reintrodurre l’immunità parlamentare, come anticipato dal guardasigilli Alfano. Il ministro dello Sviluppo economico Scajola annuncia perentorio che il Cdm approverà il provvedimento per i criteri di localizzazione delle centrali nucleari: «Da quel momento si avvierà il percorso per la scelta dei siti da parte delle imprese. Quando le aziende avranno individuato i territori più conformi, credo che nel giro di due anni potremo iniziare i percorsi autorizzativi». Il Cdm della settimana scorsa aveva già deciso di impugnare davanti alla Corte costituzionale le leggi regionali di Puglia, Campania e Basilicata che impediscono l’installazione di impianti nei loro territori. Per il governo, infatti, le tre leggi sono ritenute lesive della competenza esclusiva attribuita allo Stato in materia di tutela dell’ambiente. La decisione era stata presa su proposta di Scajola d’intesa con Raffaele Fitto, ministro degli Affari regionali. Il Governo, con la decisione di oggi, vuole dare il segnale di aver deciso di accelerare tutti i passaggi necessari per l’introduzione dell’energia nucleare, anche se la fase operativa della costruzione delle prime centrali dovrebbe avvenire tra più di due anni. In una intervista al quotidiano di Verona L’Arena, Scajola precisa che in ogni caso «la scelta dei siti sarà condivisa con il territorio, in quanto le popolazioni saranno informate e potranno partecipare a ogni fase del processo autorizzativo, come avviene ad esempio in Francia». Per il ministro in questa fase si stanno individuando i criteri ambientali, geologici, urbanistici, economici e sociali dei territori che ospiteranno una centrale: «Definiti i criteri, saranno le imprese energetiche a proporre di costruire una centrale individuando il sito più adatto». «Importiamo l’85% dell’energia che consumiamo - ha aggiunto - la paghiamo il 30% in più degli altri paesi europei e utilizziamo soprattutto fonti fossili (gas, olio e carbone) che sono le più inquinanti». Da queste considerazioni nasce la nuova politica energetica del governo Berlusconi: «Il nostro obiettivo è scendere dall’85% al 50% nell’utilizzo di fonti fossili e produrre il restante 50% in parti uguali con fonti rinnovabili e centrali nucleari». Nell’opposizione si riapre il dibattito su come contrastare la scelta del governo. Dal Congresso dell’Idv, concluso domenica scorsa, è stata lanciata l’idea di un referendum contro il nucleare. Un primo no a questa ipotesi viene però da Roberto Della Seta e Francesco Ferrante, entrambi senatori del Pd: «Con la proposta di un referendum Di Pietro non fa altro che anteporre qualche voto in più per il suo partito alla possibilità più che realistica di sconfiggere Berlusconi e Scajola sul terreno della politica e dell’opinione pubblica. Da una parte uno strumento che da quindici anni fallisce il raggiungimento del quorum, dall’altra la possibilità concreta di sconfiggere il nucleare di Scajola e Berlusconi grazie al no di gran parte delle Regioni e alla crescente contrarietà degli italiani».
Aldo Grazia da Terra

"GOVERNO BUGIARDO E RICATTATORE". VERDI ALL'ATTACCO


Il ministro Scajola annuncia che la scelta dei siti per gli impianti atomici «sarà condivisa con il territorio». Il coordinatore della commissione Ambiente della Conferenza delle Regioni, Greco: «Chiacchiere da bar, basta populismo»

Il governo si appresta ad approvare le griglie che dovrebbero servire a stabilire dove costruire le nuove centrali nucleari, e intanto Scajola prova a vestire i panni - poco credibili - della colomba. Professando i valori della condivisione e della partecipazione: «La scelta dei siti - ha dichiarato in un'intervista - sarà condivisa con il territorio, in quanto le popolazioni saranno informate e potranno partecipare a ogni fase del processo autorizzativo».
«Tutte chiacchiere da bar, basta col facile populismo», replica il coordinatore della commissione Ambiente della conferenza delle Regioni, Silvio Greco.
«Ma se l'impalcatura legislativa costruita dal governo Berlusconi è pensata per non ammettere dissenso... è l'atteggiamento antidemocratico che conosciamo, in barba alla Costituzione», protesta il presidente dei Verdi Angelo Bonelli. E con lui le associazioni ambientaliste, che denunciano l'ennesima bugia, dopo quelle già spacciate sui costi e sui tagli alle bollette.
«Il governo coi fatti dimostra esattamente il contrario di quello che dice Scajola», sottolinea Greco, ricordando il recente ricorso alla Consulta contro le Regioni: «Una vera ritorsione». Una procedura, afferma Bonelli, al suo tredicesimo giorno di digiuno contro la censura televisiva, «che è la stessa che si usa nei regimi: se volete partecipare, da spettatori, d'accordo. Sennò siete d'accordo lo stesso: o così, o così».
Anche le associazioni ambientaliste saltano sulla sedia leggendo l'uscita di Scajola: «Diciamo grazie al ministro, ma dobbiamo ricordargli che la partecipazione e la condivisione di cui parla non sono gentili concessioni, bensì garanzie fissate dall'Unione europea», dice Giuseppe Onufrio, direttore italiano di Greenpeace. «E in Italia, dopo la riforma del titolo V della Costituzione, quella energetica è materia concorrente con le Regioni. Inoltre - prosegue - gli impianti nucleari non sono una necessità strategica per il Paese, non sono l'unica alternativa possibile: a Scajola ricordiamo anche che nei giorni scorsi in Spagna le fonti rinnovabili hanno fornito più del 50% della copertura dei consumi elettrici. La necessità strategica del nucleare la sta creando il governo ad arte, con notizie false e tendenziose».
Disinformazione contestata pure da Legambiente: «Il governo va avanti a forza di bugie - rincara il presidente, Vittorio Cogliati Dezza - e questa sulla condivisione fa il paio con l'altra, più volte sbandierata anche dal premier sulla riduzione delle tariffe: mentre l'ad di Enel Fulvio Conti ha già chiesto che il prezzo resti fisso, a garanzia degli investimenti».
Greenpeace cita le valutazioni, diffuse in novembre, di una delle maggiori aziende di servizi finanziari nel mondo, sui costi e sui rischi degli investimenti nelle centrali: «Citigroup dice che per garantire agli investitori un rendimento ragionevole i prezzi dell'energia nucleare dovrebbero essere almeno pari a 65 euro per ogni MWh. Dati molto lontani dalla favoletta - 40 euro - raccontata da Enel e dal governo».

Daniele Di Stefano da Terra

giovedì 4 febbraio 2010

Tornare al nucleare? Ecco i pro e i contro

Circa un anno fa, proprio mentre negli USA il presidente appena insediato, Obama, annunciava un piano ambizioso a favore delle energie rinnovabili, l'Italia guardava indietro e decideva di tornare al nucleare.
Era il 24 febbraio 2009, ventidue anni dopo il referendum popolare del 1987 che aveva bandito le centrali dal nostro paese. “Dobbiamo svegliarci da questo lungo sonno”: con queste parole Silvio Berlusconi annunciò di aver siglato, al termine di un vertice con il premier francese Sarkozy, l'accordo di cooperazione tra i due paesi per la costruzione, entro il 2020, di quattro centrali nucleari di terza generazione (con tecnologia EPR francese) sul suolo italiano.
La posizione del Governo è chiara: “Tornare al nucleare significa stare al passo con il progresso”. L'opposizione di associazioni ambientaliste e comitati locali, nelle regioni candidate ad ospitare gli impianti, è altrettanto netta. Ma al di là della contrapposizione storica tra fautori e detrattori dell'energia dell'atomo, oggi il dibattito si sposta sulle questioni concrete. Quanto ci costa tornare al nucleare? Quali sono i vantaggi e gli svantaggi? E dove saranno costruiti i reattori?
“Il nostro progetto non si limita all'accordo con la Francia” dice il sottosegretario allo Sviluppo Economico con delega all'energia, Stefano Saglia “e prevede di realizzare nei prossimi 20 anni almeno otto reattori, pari a una produzione di circa il 20% del nostro fabbisogno energetico”.
“Il nucleare non esclude lo sviluppo di energie rinnovabili” prosegue Saglia, “in entrambi i casi si abbattono le emissioni di CO2 e si riduce la nostra dipendenza energetica”. Sì, ma le scorie radioattive? “Il problema dello smaltimento esiste, è inutile negarlo”risponde Saglia “non c'è ancora una soluzione definitiva, ma i depositi di scorie vengono gestiti in tutti i paesi. Nel mondo ci sono 439 reattori attivi, e in 50 anni di storia del nucleare non si sono mai verificati incidenti dovuti alle scorie”.
Ma è realistico pensare agli impianti nucleari in un paese dove la TAV è bloccata da anni? “Voglio essere chiaro” spiega Saglia “non si può fare un investimento simile contro la volontà degli enti locali. Per questo spiegheremo ai sindaci, alle province e alle regioni che ospitare una centrale è una grande opportunità economica. È vero che abbiamo disciplinato per legge la possibilità estrema di sostituirci agli enti locali nelle autorizzazioni (come è previsto anche dall'art. 120 della Costituzione), ma noi vogliamo partire dal basso, con il consenso della gente”.
Consenso che si crea anche parlando di cifre: “Il megawatt nucleare, al netto dei costi di ammortamento, ci costerebbe circa 40 euro a MW/h” conclude Saglia “invece dei 65 euro che paghiamo attualmente”.
Sergio Ferraris, giornalista scientifico e direttore di Qualenergia, dubita però delle stime ufficiali sui costi del nucleare: “Le nuove centrali dovrebbero costare circa 30 miliardi di euro secondo Governo e Confindustria, ma i costi di realizzazione con questa tecnologia (l'EPR francese) non sono mai certi. Ce lo dimostrano gli esempi europei di Flamanville in Francia e di Olkiluoto in Finlandia, che oggi è al centro delle polemiche con 3 anni di ritardo accumulati e un budget quasi raddoppiato”.
“Poi ci sono i costi per lo stoccaggio delle scorie e per il decommissioning (lo smantellamento a fine vita dell'impianto)” osserva Ferraris, “che è estremamente oneroso. Alcuni tecnici sostengono addirittura che smantellarli costa quanto costruirli”. C'è un punto su cui tutti, politici e ambientalisti, sembrano d'accordo: “Occorre fare un Deposito Nazionale per le scorie radioattive” conferma Ferraris “non si può pensare di esportare la propria eredità nucleare in altri paesi. Dobbiamo occuparcene noi, e mettere le scorie in sicurezza per almeno 300 o 400 anni.”

da ecoradio.it

venerdì 15 gennaio 2010

NUCLEARE. 15 REGIONI SU 20 DICONO NO: 'SBAGLIATI MERITO E METODO'

(DIRE) Roma, 15 gen. - Si allunga e compatta la lista delle regioni che si oppongono al ritorno dell'energia nucleare in Italia. Oggi, in una riunione degli assessori regionali all'Ambiente, coordinata dal capofila Silvestro Greco, responsabile dell'Ambiente in Calabria e organizzata nella rappresentanza della Regione a Roma, e' stato presentato un documento sullo schema di decreto legislativo che ha avuto luce verde nel Consiglio dei ministri del 22 dicembre scorso, documento firmato da 15 regioni: 15 su 20, ormai.
Dunque, gli schieramenti: Silvestro Greco (Calabria), Filiberto Zaratti (Lazio), Nicola De Ruggiero (Piemonte), Onofrio Introna (Puglia) in rappresentanza delle 11 regioni che hanno firmato il ricorso alla Corte Costituzionale contro la legge 99/2009 ('legge Sviluppo') che attua la 'revanche nucleare' decisa dal Governo (Calabria, Basilicata, Emilia Romagna, Toscana, Umbria, Lazio, Puglia, Liguria, Marche, Piemonte, Molise). A queste si aggiungono Campania, Sicilia, Sardegna, Veneto (quest'ultimo con una lettera ad hoc), mentre la Lombardia non si e' espressa.
Gli assessori all'Ambiente delle regioni ribelli all'atomo dicono in sostanza che il decreto attuativo di dicembre e' "stato presentato con grande ritardo", impedendo cosi' alle regioni di poter intervenire "marcando con cio' l'ennesimo vulnus al principio di leale collaborazione istituzionale".
Silvestro Greco, assessore all'Ambiente della Calabria e coordinatore degli assessori all'Ambiente delle regioni, sul metodo seguito dall'esecutivo per il ritorno all'atomo, e relativamente ai decreti attuativi, spiega che "il dlgs prevede che i decreti attuativi possano essere presi previo parere delle regioni e delle commissioni parlamentari competenti, dopodiche' il parere positivo del governo e' stato trasmesso senza il passaggio alle Regioni". Il ministro per i Rapporti con le Regioni, Raffaele Fitto, "nella sua lettera di accompagnamento ha giustificato il mancato passaggio con l'urgenza del provvedimento- stigmatizza Greco- insomma, questo governo non rispetta nemmeno le sue stesse leggi".
Ma gli assessori all'Ambiente delle Regioni lamentano anche come non vi sia alcuna intesa con l'esecutivo. Secondo Greco, infatti, "il governo si muove in assenza di un piano energetico nazionale", con le Regioni italiane che invece "stanno facendo uno sforzo enorme sulle energie alternative". Il decreto legislativo di dicembre, dice ancora l'assessore calabrese, "e' tutto contro la normativa vigente sulla partecipazione degli enti locali". Insomma, "si sta facendo 'un'azione di comando'- afferma Greco- e cio' si capice anche dal fatto che la Valutazione ambientale strategica dovrebbe essere svolta, secondo quel che dice il decreto, a prescindere dalla collocazione geografica dei siti, solo su parametri tecnici". Insomma, si fa una Vas per la centrale poi se la si realizza in Lombardia o in Sicilia vale ugualmente, e' il succo della denuncia di Greco.
Nel merito, invece, gli assessori regionali all'Ambiente avvertono che lo schema di decreto legislativo di dicembre contiene norme sullo stoccaggio dei rifiuti ma senza fare alcuna menzione dello smaltimento delle scorie pregresse, quelle del 'vecchio' nucleare italiano.
Nicola De Ruggiero (Piemonte) ricorda che "in Piemonte c'e' l'80% delle scorie della passata stagione nucleare, a Saluggia, Trino e Bosco Marengo, mentre manca il deposito nazionale per le scorie". L'ipotesi di un deposito nazionale definitivo, invece, "dovrebbe essere il punto centrale di qualunque politica nucleare". De Ruggiero quindi avverte: "noi come regioni abbiamo discusso in maniera molto laica, e siamo disposti a continuare, sul come mettere in sicurezza l'esistente, ma non discuteremo di un deposito per quello che non c'e', perche' siamo contari al modo in cui e' stata fatta la scelta di ritorno all'atomo".
Per Filiberto Zaratti (Lazio): "c'e' una questione di metodo: il decreto attuativo e' diretta discendenza del dlgs impugnato da 11 regioni. Se la Corte Costituzionale ci da' ragione, decadono assieme tutti quanti i decreti, ed e' quindi fuori luogo che il governo insista a produrne". Poi c'e' una questione di merito: "non si puo' sorvolare, come e' stato fatto, sul Piano energetico nazionale- segnala Zaratti- perche' di fronte al quadro del Protocollo di Kyoto e delle direttive dell'Unione europea, le Regioni si sono adeguate e stanno investendo centinaia di milioni di euro sulle fonti rinnovabili".
A proposito della questione del sito per i rifiuti del 'nucleare pregresso', dice Filiberto Zaratti, assessore all'Ambiente del Lazio, "a Borgo Sabotino la Sogin sta costruendo un deposito per i fanghi ed il boiler della centrale dismessa, ma la Regione Lazio non e' disposta a discutere di nucleare futuro". Cio', "non solo una questione di metodo- avverte Zaratti- il Lazio e' contrario al nucleare per questioni economiche, di sicurezza e per scelte energetiche di fondo".
Per Onofrio Introna (Puglia), infine, "quella di disattendere le regole e' la cifra di questro governo". La Puglia "ha gia' 3 ricorsi al Tar del Lazio contro le autorizzazioni rilasciate dal governo per prospezioni narine alla ricerca di idrocarburi- elenca- noi facciamo l'eolico ed il fotovoltaico, Brindisi e' il piu' importante polo energetico del carbone in Italia: quanta altra solidarieta' devono dimostrare i pugliesi al paese per il settore energetico?".

15:27 15-01-10

lunedì 11 gennaio 2010

ENERGIA, QUANTI SPRECHI. "INVESTIRE SULLA RICERCA"

Intervista A colloquio con Gaetano Borrelli, docente di Economia dell’innovazione. «Contrariamente a quanto si crede il nostro Paese è di gran lunga autosufficiente»

Mentre si acuisce lo scontro istituzionale fra Governo e Regioni sulla localizzazione delle centrali, si addensano ulteriori dubbi sull’effettiva opportunità economica ed energetica di investire in questo settore.
Incontriamo Gaetano Borrelli, ricercatore Enea e docente di Economia dell’innovazione e Valutazione delle politiche energetiche alla Sapienza di Roma.

Abbiamo bisogno del nucleare perché ci serve più energia? Non è esattamente così. Proprio come l’Occidente produce più cibo, che poi buttiamo, così produciamo più energia del necessario.
Contrariamente a quanto si crede, l’Italia è di gran lunga autosufficiente dal punto di vista energetico; le centrali sono, infatti, in grado di fornire una potenza massima di oltre 98 GW, mentre il Paese ha bisogno di 40/50 GW di potenza elettrica lorda istantanea.
Da alcuni anni a questa parte, causa la crisi, la richiesta di energia elettrica è pure in diminuzione.

Perché importiamo energia dall’estero, allora? L’Italia importa circa il 15% del proprio fabbisogno perché conviene. Le centrali atomiche francesi producono, per motivi di ottimizzazione tecnica, a ciclo continuo e la notte “svendono” la loro energia, che poi acquistiamo noi. E' una legge di mercato.

Le centrali nucleari ci consentirebbero di produrre energia più a buon mercato? Lo escluderei. E' palese che le economie di scala si realizzano costruendo molte centrali.

Alcuni obiettano, però, che produciamo energia da fonti che importiamo dall’estero: gas, petrolio, carbone. E' un’obiezione che non possiamo accogliere. Anche l’uranio dovrebbe essere importato. Poi, si tenga presente che, se in Europa ci fosse stato uno sviluppo del nucleare come è avvenuto in Francia, l’uranio sarebbe finito da trent’anni.

Il nucleare è un’energia pulita? Dal punto di vista delle emissioni di CO2 sì, almeno durante la fase di produzione di energia. Per il raggiungimento degli obiettivi 20+20+20 stabiliti dalla Commissione Barroso (entro il 2020 bisogna produrre un 20% di rinnovabili e ad avere un -20% di CO2, ndr), il nucleare non è stato considerato e un motivo ci sarà.

Vale la pena investire tutti questi soldi?
Direi di no: in termini di costi/ benefici, costa molto e non vi è la certezza di un buon raccolto, a meno che non si voglia investire sulla ricerca.
Con il referendum che abrogò il nucleare, si sospese anche la ricerca: quello fu un errore. Si potrebbe sostenere che il ritorno al nucleare sia un investimento in termini di ricerca: ma anche qui, ho la sensazione che si stia imboccando la strada sbagliata.
Se oggi iniziamo a costruire, fra 40 anni avremo centrali di terza, magari anche quarta generazione. Ma fra 30 anni, probabilmente, sarà pronta la fusione nucleare, che non utilizza l’uranio. All’Enea ci occupiamo di fusione, tra l’altro, e speriamo di ricevere finanziamenti.

A che serve fare centrali, allora?
Cantieri, posti di lavoro, stimolo per l’industria. La politica mette in moto processi economici. Il programma nucleare del nostro governo, lungi dal soddisfare un bisogno energetico, rendere l’energia più economica o innovare nella ricerca, è solo una politica keynesiana di stimolo. A vantaggio di “alcuni” gruppi industriali.

Ha senso puntare sulle rinnovabili?
Potrebbero non bastare, dicono gli scettici. Dal punto di vista degli usi civili, potrebbero bastare sicuramente. Produciamo un terzo dell’energia solare di Austria o Germania, con una quantità di giorni di esposizione solare pari al triplo. L’obiettivo dovrebbe essere l’uso razionale dell’energia associato al risparmio energetico. Abbiamo, ad esempio, centrali tradizionali molto efficienti dal punto di vista energetico, ma la rete non sembra essere all’altezza.

Alessio Postiglione da Terra

lunedì 4 gennaio 2010

LE VACANZE NUCLEARI DI SARKOZY

Il Marocco dispone di uno dei potenziali eolici e solari più elevati al mondo. Ma il presidente francese cerca proseliti per vendere la “sua” tecnologia atomica anche a Egitto, Emirati Arabi e Giordania. E persino in Arabia Saudita

In occasione delle vacanze di fine anno il presidente francese Sarkozy e la sua sposa italiana sono partiti alla volta del Marocco. La coppia è stata ospite del re Mohammed VI per quella che è stata definita una “cena di lavoro”. Con straordinario tempismo, il 29 dicembre scorso il quotidiano marocchino Libération titolava in prima pagina: “Il reame non può che impegnarsi sulla via del nucleare per rispondere all’aumento dei suoi consumi”. Quando si dice la coincidenza. La Francia è oggi leader mondiale del nucleare civile e lo sarà per il prossimo decennio, grazie ai copiosi investime alla quale dipende per oltre il 70 per cento del suo fabbisogno elettrico. Ma ora per poter ammortizzare le enormi spese sopportate, Parigi deve vendere reattori e servizi a chiunque si dichiari disponibile. Per esempio al Marocco, che per far fronte al suo fabbisogno energetico dipende completamente dall’importazione di carburanti fossili. Grazie ai buoni uffici di Sarkozy il ministro marocchino dell’Energia, Amina Benkhadra, ha annunciato la costruzione di una centrale nucleare da 100 MW che sorgerà entro il 2020 sulla scorta dell’esperienza maturata col piccolo reattore sperimentale da 2 MW in funzione dal 2007. «Non abbiamo scelta », afferma Libération. Eppure, secondo gli esperti, il territorio marocchino dispone di uno dei potenziali eolici più elevati al mondo e affaccia sul Sahara, dove il sole la fa da padrone. Il giovane re Mohammed VI, che esprime un’attenzione inconsueta verso l’ecosostenibilità dello sviluppo, sta lavorando su una strategia energetica complessa basata sulla diversificazione delle fonti. Chiara la volontà di portare al 20 per cento entro il 2012 la quantità di energia prodotta da fonti rinnovabili, a partire dai quasi 1.300 MW di potenza idroelettrica attualmente disponibili, ai quali si aggiungerà presto la produzione di 200 microcentrali i cui siti sono stati da tempo individuati. Gli attuali 300 MW di potenza eolica installata dovrebbero aumentare fino a 1.200 MW entro il 2012. I 500 MW di solare saranno integrati, grazie al programma “Chourouk”, da 1.400 microcentrali fotovoltaiche inserite sulla rete a bassa tensione, a beneficio di 200mila famiglie. Lo sforzo prodotto in questa direzione è palese per chi voglia notare coppie di pannelli solari in funzione sui piccoli hotel all’ingresso delle Gole di Todra come anche su povere case di paglia nella campagna profonda intorno a Ouarzazate. Un ulteriore progetto, dal costo di oltre 6,2 miliardi di euro, è stato presentato lo scorso novembre e prevede la produzione di energia fotovoltaica su un totale di 10mila ettari in cinque diversi siti nel Sud del Paese, con una produzione che dovrebbe arrivare a 2.000 MW. Gli esperti non fanno mistero delle possibili connessioni di questa iniziativa col progetto Desertec, la gigantesca centrale solare privata da 400 miliardi di euro che si prevede di costruire su una superficie di 300 chilometri quadrati in pieno Sahara, col fine di garantire il 15 per cento del fabbisogno energetico europeo già nel 2025. A questo lavorano una ventine di multinazionali, tra le quali il colosso francese dell’energia Edf, la tedesca Siemens e la Deutche Bank. In parole, in tema di rinnovabili in Marocco c’è spazio per tutti, dai piccoli agricoltori ai grandi gruppi industriali. Ma la realtà dei fatti è nelle parole dell’ingegnere marocchino Chakib Boualou, professore all’Ecole des Mines di Parigi (che coincidenza!), intervistato su Libération: «Le energie rinnovabili non rappresentano oggi e senza dubbio non rappresenteranno nel domani che una parte limitata della nostra produzione». Per questo Sarkozy gira il mondo in veste di piazzista del nucleare civile e trova facilmente proseliti nel mondo arabo. L’Algeria ha firmato con Parigi un accordo di cooperazione sui prossimi venti anni. La Libia vuole acquistare un reattore per rifornire di elettricità un impianto di desalinizzazione. L’Egitto sogna di sviluppare grazie alla tecnologia francese una filiera capace di far fronte al 20 per cento del suo fabbisogno energetico. Stessa solfa per gli Emirati Arabi Uniti e la Giordania. L’Iran dovrà chiedere all’Eliseo per avere modo di arricchire il suo uranio. Persino l’Arabia Saudita, terra del petrolio, sarebbe in contatto con Parigi. Tanto il nucleare del domani sarà pulito, sicuro e soprattutto economico. La terza generazione di reattori si chiama Epr, European pressurized reactor, ed è già una realtà. Il primo cantiere di questo tipo ha visto la luce in Finlandia, nel 2005. A fine 2007, afferma lo stesso professor Buoalou, si contavano già 2 anni di ritardo sul programma dei lavori e un miliardo e mezzo di euro di perdite finanziarie. Inshallah!
Bruno Picozzi (da Rabat) Terra

giovedì 3 dicembre 2009

CLIMA: DA GREENPEACE STATUA DI GHIACCIO DI BERLUSCONI AI FORI IMPERIALI


ROMA (ITALPRESS) - Gli attivisti di Greenpeace hanno posizionato stamattina ai Fori Imperiali, a Roma, una statua di ghiaccio raffigurante il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi al fianco delle statue dei grandi imperatori del passato. Si tratta di un omaggio al premier, per la decisione di partecipare ai lavori del vertice delle Nazioni Unite sul clima di Copenhagen. La statua di ghiaccio dovrebbe sciogliersi in circa quattro giorni, esattamente all'apertura del vertice di Copenhagen, il prossimo 7 dicembre.
"Andare a Copenhagen e' sicuramente una decisione positiva - commenta Francesco Tedesco, responsabile Campagna Energia e Clima di Greenpeace -. Tuttavia, oltre a partecipare alle 'vetrine' internazionali, occorrerebbe perseguire politiche coerenti qui in Italia, politiche che al momento non vediamo. Sul clima, Berlusconi rischia di essere dunque un leader che si scioglie".
Greenpeace ha diffuso oggi il rapporto "Energy [R]evolution - Uno scenario energetico sostenibile per l'Italia", il primo studio che mostra i potenziali di crescita delle fonti rinnovabili in Italia per i settori della generazione elettrica, produzione di calore, e trasporti. Ancora oggi in Italia oltre il 93% dell'energia proviene da fonti fossili inquinanti, sottolinea Greenpeace. Il Rapporto descrive un percorso che trasforma l'attuale situazione in un sistema energetico sostenibile. Le fonti rinnovabili saranno in grado di coprire oltre il 60% della domanda di energia primaria del Paese, riducendo le emissioni di gas serra del 71% al 2050, rispetto ai livelli del 1990.
"Negli ultimi giorni, molti Paesi nel mondo hanno annunciato di essere disposti a introdurre nuovi impegni per la riduzione dei gas serra. L'Italia continua invece in una folle politica di ritorno al nucleare e al carbone che impedira' di centrare gli obiettivi internazionali ed europei - prosegue l'associazione ambientalista -. Il nucleare non servira' a ridurre le emissioni entro il 2020, e le tre centrali a carbone autorizzate dal ministero dell'Ambiente la scorsa estate aggiungeranno altri 30 milioni di tonnellate di CO2 alle emissioni che l'Italia deve invece ridurre. Il governo Berlusconi sta dunque programmando l'aumento delle emissioni, cosa che esporra' il Paese a nuove sanzioni, con costi per lo Stato e per i contribuenti".
"Occorre al piu' presto un'inversione di 180 gradi per far decollare una 'rivoluzione energetica' pulita fondata su fonti rinnovabili e misure di efficienza energetica - spiega Tedesco - il potenziale e' enorme: al 2050 le fonti rinnovabili potranno fornire oltre il 75% dell'energia elettrica necessaria al Paese creando migliaia di nuovi posti di lavoro 'verdi', cosa stiamo aspettando?".
"Una rivoluzione energetica basata su efficienza e rinnovabili, e senza tornare al nucleare, e' possibile anche in Italia - sottolinea Giuseppe Onufrio, direttore esecutivo di Greenpeace - chiediamo al premier e ai ministri competenti di lasciare da parte il loro atteggiamento di retroguardia e seguire le indicazioni di questo rapporto, per fare dell'Italia un vero Paese leader nella lotta ai cambiamenti climatici".
(ITALPRESS).

03-Dic-09 12:02

martedì 24 novembre 2009

THREE MILE ISLAND: E' SERIE NERA. E IL NUCLEARE NON PROTEGGE IL CLIMA


Centrali Un mese dopo il rinnovo della concessione governativa, nell'impianto più tristemente noto degli Stati Uniti si verificano perdite radioattive. E un rapporto Usa boccia l'atomo come fonte per combattere l'effetto serra

Quasi una maledizione.
Trent'anni dopo l'incidente che ha stoppato di fatto la costruzione di nuovi impianti negli Usa e appena un mese dopo che aveva ottenuto la concessione di funzionare per altri 20 anni, la centrale nucleare di Three Mile Island ritorna all'onere delle cronache per una fuga radioattiva. Niente di importante, si sono affannati a sottolineare alla Nuclear Regulatory Commission, l'agenzia Usa del nucleare, che poche settimane fa ha bocciato i reattori Westinghouse di ultima generazione (AP1000), attesi anche in Italia nel programma atomico del governo Berlusconi. Ci sarebbero, precisa l'organismo di controllo, solo 20 contaminati lievi tra i lavoratori della centrale.
Ma simbolicamente e non solo, è un brutto colpo. Prima di tutto perché basta il nome dell'impianto per sollevare preoccupazioni e ricordi: nel 1979 la contaminazione fu grave e numerosissime malattie e decessi furono attribuiti a quella fuga radioattiva. Poi perché ci sono volute 24 ore per venire a conoscenza dell'incidente. Troppe, per la popolazione civile che vive attorno alla centrale, piantata nel mezzo della popolata Pennsylvania a poca distanza dalla capitale Harrisburg.
Per coincidenza (ma qualcuno dice che la coincidenza è solo mediatica, perché piccoli e meno piccoli incidenti avvengono molto spesso negli impianti nucleari) Legambiente ha denunciato ieri una perdita radioattiva nel comprensorio nucleare di Saluggia, in Piemonte.
Secondo i rilievi dell'Agenzia regionale per l'ambiente, ci sarebbe stata una contaminazione di parecchie migliaia di becquerel nel sottosuolo dell'impianto, da una condotta di scarico dell'impianto, a pochi metri dalla Dora Baltea, affluente del Po. E se i microallarmi parlano chiaro sulla stabilità della sicurezza degli impianti atomici, a sfatare il nuovo mito pseudoambientalista del nucleare come energia amica del clima arriva un rapporto del Wisconsin Environment (un centro studi non governativo statunitense).
Secondo la ricerca, dal punto di vista economico, bisogna costruire ben 100 impianti nucleari per ridurre le emissioni di 6 miliardi di tonnellate nell'arco dei 20 anni di esercizio delle centrali. Con la stesso investimento in efficienza energetica ed energie rinnovabili si ottiene - sottolineano gli autori dello studio - un risultato doppio nello stesso periodo di tempo.
Anzi, nell'attuale situazione di ritardi (si pensi alla centrale finlandese di Olkiluoto, che sforerà di trequattro anni le previsioni) il nucleare può ottenere le stesse performance in tempi 5 volte maggiori rispetto alle rinnovabili pulite. Anche i rendimenti dei capitali investiti saranno circa 5 volte superiori nel caso delle energie rinnovabili e nell'efficienza energetica.
Per ogni dollaro speso, aggiunge il Wisconsin Environment, si ottiene una riduzione di 8-12 chili di anidride carbonica se destinato all'efficienza energetica e alle biomasse, di 5-8 chili di anidride carbonica nell'eolico, di 2-3 chili nel solare termico e fotovoltaico e al massimo 1-2 chili con il nucleare.
Ma non basta. Il tempo è una fattore essenziale per combattere il riscaldamento climatico: i reattori nucleari necessitano 7-10 anni per la costruzione e la messa in esercizio. In questo periodo l'accumulo di gas serra in atmosfera aumenterà a tal punto da rendere non solo praticamente impossibile la riduzione dei gas serra sul breve periodo (10-20 anni), ma soprattutto da complicare fortemente le azioni di riduzione da qui al 2050. Nel frattempo le conseguenze negative generate da cambiamenti climatici potrebbero essere irreversibili o ingestibili.
L'efficienza energia e le energie rinnovabili permettono, invece, azioni rapide, flessibili ed efficaci. Inoltre l'energia nucleare serve solo per produrre elettricità, una piccola frazione dei consumi energetici.

Simonetta Lombardo da Terra

giovedì 19 novembre 2009

NUCLEARE FRANCESE, MITO IN FUMO


Nucleare Dopo 27 anni, per la prima volta il Paese è costretto ad acquistare elettricità sul mercato internazionale perché
su 58 reattori attivi ben 18 sono stati fermi per incidenti o guasti. L'ente gestore: «Non è escluso il pericolo di black out»
Sui 58 reattori nucleari presenti Oltralpe, ben 18 hanno rilevato problemi di funzionamento che in alcuni casi hanno portato allo stop degli impianti.
E così, per la prima volta dall'inverno del 1982, la Francia, nell'intero mese di ottobre è stata importatrice netta di elettricità. Il distributore Rte, filiale del colosso Edf, ha avvertito che il sistema potrebbe dover importare circa 4.000 MW fino a gennaio 2010. E non è escluso il rischio black out.

«Affronteremo la costruzione di centrali nucleari in Italia con al nostro fianco la Francia che ci ha messo a disposizione il suo know how». Il corollario trionfante, quello del premier Berlusconi, decantato in occasione della sigla dell'accordo tra l'Italia e la Francia per lo sviluppo dell'atomo, rischia di rimanere la solita favola immaginifica da dare in pasto ai media.
Il famigerato know how francese, infatti, si sta rivelando sempre più inadeguato.
E' appena di martedì scorso l'ultimo annuncio della Reseau de transport d'electricitè, controllata del gruppo pubblico elettrico Edf: per la prima volta da 27 anni la Francia, nell'intero mese di ottobre, è stata importatrice netta di elettricità a causa dell'alto numero di centrali nucleari non funzionanti. A inizio novembre, secondo dati riportati da Le Parisien, su 58 reattori attivi nel Paese ben 18 erano fuori servizio, fermi per incidenti o guasti. I reattori (che coprono il 75 per cento del fab-bisogno del Paese) hanno quindi segnato un calo dell'8,9 per cento della produzione di energia rispetto al 2008.
Il dato appare ancor più clamoroso in quanto evidenzia un'inversione di tendenza radicale: tradizionalmente, infatti, la Francia è esportatrice di elettricità.
La svolta, stavolta, appare dunque di natura strutturale più che legata solo a una situazione di particolare emergenza. Il Paese, infatti, usualmente acquista elettricità da altre nazioni per periodi limitati di tempo, in caso ce ne sia necessità, per rispondere a bisogni energetici improvvisi o sfruttare prezzi più bassi sulle Borse elettriche.
Nel mese di ottobre, e senza interruzioni, è però stato costretto a importare 458 gigawattore di elettricità. Il famigerato sistema d'Oltralpe non riesce quindi più a reggere il passo, e la tecnologia sembra evidenziare limiti non più superabili. Ed è proprio su questa situazione di potenziale collasso che si è basato l'allarme lanciato dallo stesso gestore Rte alla fine di ottobre, quando ha avvertito che il sistema Francia potrebbe dover importare circa 4.000 MW fra novembre 2009 e gennaio 2010.
Nell'Oltralpe imbottito di centrali atomiche, al quale il nostro Paese guarda con un interesse economico e strategico come un "esempio da seguire", le autorità non hanno addirittura escluso il rischio black out: «Se le temperature dovessero scendere 7 o 8 gradi sotto la media stagionale - hanno spiegato dalla Rte - i livelli di import potrebbero raggiungere il limite tecnico per la rete francese». E allora l'ente elettrico potrebbe «attivare misure eccezionali per la salvaguardia del sistema: ridurre il voltaggio del 5 per cento o, come ultima istanza, il distacco di carico». In due parole: interruzioni programmate di servizio per evitare il collasso del sistema.
Nonostante i problemi strutturali sempre più macroscopici, Henri Proglio, il futuro patron di Edf, si è detto «deluso» per i ritardi con cui procede la realizzazione del reattore nucleare a Flamanville, dove nel 2012 dovrebbe entrare in funzione la prima centrale equipaggiata in Francia con l'Epr di terza generazione. Proprio la tecnologia sulla quale si sono concentrate le critiche delle autorità di controllo di Francia, Finlandia e Regno Unito.
Durissimo l'attacco del deputato verde Noel Mamere: «Bisogna fermare Flamanville. Quattro miliardi investiti in un reattore sperimentale significa danaro sperperato».
Sulla stessa linea il leader del Sole che ride Angelo Bonelli: «Il mito dell'autosufficienza energetica della Francia è caduto. Il futuro è nell'efficienza energetica e nelle rinnovabili. Ma il governo italiano continua puntare sul nucleare, una fonte arcaica e rischiosa per la salute dei cittadini e insostenibile economicamente ».
Le quotazioni dell'atomo francese viaggiano prepotentemente verso il basso.

Valerio Ceva Grimaldi da Terra

giovedì 12 novembre 2009

Michele Tonzar di Legambiente Monfalcone: “Il nucleare è una scelta irresponsabile”



L’eventualità di una centrale nucleare a Monfalcone riapre il dibattito sull’energia atomica. Ovviamente, il sostenitore più importante del nucleare è il Governo, che ha deciso di farlo rientrare tra le opzioni energetiche italiane nonostante il referendum del 1987 l’avesse abolito. Secondo una brochure diffusa dal Ministero dello Sviluppo Economico, è una risposta efficace ad alcuni pressanti problemi attuali: innanzitutto, sarebbe l’unica fonte in grado di “assicurare energia su vasta scala, a costi competitivi e senza emissioni di Co2”. Inoltre, potrebbe ridurre la dipendenza energetica da altri paesi come Russia e Algeria, rendendo l’Italia meno condizionabile a livello politico, e rafforzando invece i legami con la Francia e gli Stati Uniti con cui è stato siglato un accordo di cooperazione sulla ricerca. Non trascurabile sarebbe inoltre la ricaduta economica sui territori che ospiterebbero i reattori, in termini di lavoro offerto e impulso alle aziende nel settore energetico. Inoltre, secondo i propositi del Governo la fonte atomica verrebbe comunque affiancata dalle energie rinnovabili.

Ma, secondo i critici, tutte queste ragioni non possono oscurare gli alti costi, monetari e ambientali, di un ritorno al nucleare. Ne abbiamo discusso con Michele Tonzar, presidente di Green Gang, circolo monfalconese di Legambiente. “Per la nostra associazione non è una questione solo di collocazione – spiega l’ambientalista – la nostra strategia in ambito energetico è sempre stata quella del rifiuto del nucleare e del carbone, in favore delle fonti rinnovabili e, per un periodo di transizione, del gas metano. Il nucleare è una tecnologia di retroguardia, per la quale i costi in termini di approvvigionamento di uranio, messa in sicurezza, stoccaggio delle scorie, ecc. sono destinati ad aumentare, mentre le rinnovabili, con il progresso della ricerca, diventeranno sempre più economiche ed efficienti”.
La costruzione di nuovi reattori è praticamente in stallo e, al momento, sono in costruzione 44 reattori soprattutto in Cina, Russia, India e Corea. Negli Usa, dei 26 reattori progettati dal 2003, nessuno ha ancora aperto un cantiere: nel mondo occidentale, dunque, in 30 anni non sono stati completati nuovi impianti.

La tecnologia nucleare, in realtà non riduce le emissioni di gas serra: “Se consideriamo il processo di costruzione delle centrali, di estrazione dell’uranio dalle rocce uranifiche, il suo trasporto e lo smaltimento delle scorie, il decomissioning delle centrali, ci accorgiamo che il contributo del nucleare è molto tardivo e meno efficiente rispetto alle fonti rinnovabili. Anche in termini di creazione di posto di lavoro, le rinnovabili risultano molto convenienti: la Germania in meno di 10 anni ha creato oltre 250.000 posti di lavoro in questo settore”.

Rispetto a quelli di seconda generazione, i reattori di terza generazione, ovvero quelli che dovrebbero essere costruiti in Italia con tecnologia francese, cercano di ovviare a due problemi dello sfruttamento dell’energia atomica: quello della sicurezza, confinando il cuore del reattore per evitare fughe radioattive, e quello delle scorie, migliorando la combustione del materiale fissile per ridurre la quantità di scorie prodotte. “Gli unici due impianti Epr (reattori di terza generazione, ndr) in costruzione in Europa sono in Francia e Finlandia – continua Tonzar – hanno ritardi enormi dovuti all’aumento dei costi per rispettare gli standard di sicurezza che comunque non permettono di escludere incidenti. Il cantire dell’Epr finlandese, avviato nel 2005, ha quasi quattro anni di ritardo e 3 miliardi di euro di costi supplementari, L’Epr di Flamanville, iniziato nel 2007, ha già un anno di ritardo e ad oggi è costato un miliardo di euro in più del previsto. L’ultima notizia è la riserva espressa dalle autorità preposte alla sicurezza nucleare dei paesi in questione proprio sull’affidabilità dei reattori in questione”. Tonzar sottolinea inoltre che non esiste compagnia assicurativa che copra interamente i danni derivanti da incidenti nucleari.

Non bisogna dimenticare il costo economico delle centrali: secondo una ricerca dell’Mit di Boston, in 4 anni il costo per kilowatt installato è salito da 2000 a 4000 dollari, anche se viene generalmente sottostimato. Nel caso italiano, si deve tenere conto anche dei costi dello smantellamento delle centrali nucleari in funzione prima del 1987, valutati in circa 4 miliardi di euro.
Anche se il governo promette investimenti combinati nelle fonti rinnovabili, gli alti costi del nucleare ridurrebbero di molto lo spazio dedicato alle energie pulite. “Insomma – conclude Tonzar – nell’ottica del buon padre di famiglia, il nucleare è una scelta irresponsabile per le generazioni attuali e future, a livello nazionale e locale, ed è importante che la popolazione sia sempre informata riguardo a queste tematiche”.

Athena Tomasini da bora.la

lunedì 2 novembre 2009

Noi il nucleare non lo vogliamo

No nuke Riparte da Montalto di Castro la protesta del movimento contro il ritorno dell'atomo in Italia. Per evitare che si affrontino con strumenti vecchi e dannosi le sfide della contemporaneità. E con la questione sicurezza irrisolta


A Montalto riparte il movimento antinucleare. Pronto a vincere di nuovo.
Ieri, proprio nel comune viterbese dove sarebbero previsti due reattori da 1.600 megawatt l'uno, è sceso di nuovo in piazza un contro il carbone e l'inquinamento, insieme al Comune di Montalto di Castro, le Province di Viterbo e di Grosseto e la Regione Lazio. Riparte il movimento per evitare che l'Italia torni indietro, per evitare che si affrontino con strumenti vecchi e dannosi le sfide della contemporaneità.
Vecchi e dannosi come sono le opere faraoniche o i premi in volumetria che mascherano un nuovo condono edilizio senza alcuna riqualificazione energetica delle abitazioni. Vecchi e dannosi come il nucleare che insegue un modello altamente energivoro ormai in aperta crisi in tutto il mondo.
Tornare al nucleare significa ritrovarci oggi con centrali che non hanno risolto alcuno dei problemi di sicurezza. Inoltre, di fronte a una crisi economico-finanziaria come quella che stiamo attraversando, investire nel nucleare significa bloccare enormi investimenti pubblici, dirottandoli da tutti quegli interventi utili alla diffusione delle rinnovabili e dell'efficienza energetica e degli altrettanto urgenti e indispensabili interventi di messa in sicurezza del territorio.
In nessuna parte del mondo esistono centrali nucleari in costruzione finanziate solo dal denaro privato. Anche la leggenda che il nucleare porterebbe a una riduzione per le famiglie delle bollette è stata smentita dallo stesso amministratore delegato dell'Enel quando, a fine luglio, ha chiesto un livello garantito del prezzo in bolletta in modo da tutelare da eventuali fluttuazioni a ribasso del prezzo dell'energia gli investitori privati.
Tutto ciò, per altro, non servirebbe neanche a risolvere i problemi ambientali e di riduzione delle emissioni di CO2, non solo perché le prime quattro centrali, per ammissione della stessa Enel, non potrebbero entrare in funzione prima del 2026-2030, ma anche perché si è "scoperto" che l'intera filiera del nucleare comunque produce emissioni di CO2 pari a un quarto di quelle delle centrali a metano.
L'energia nucleare è la fonte energetica più costosa e meno competitiva: tra costo industriale e sussidio di Stato il costo raggiunge circa gli 80 dollari al megawattora, secondo una stima al 2030 del Dipartimento Usa (2007), tanto che persino l'Agenzia internazionale per l'energia atomica prevede una riduzione del contributo dell'atomo alla produzione elettrica mondiale che passerà dal 15% del 2006 a circa il 13% del 2030.
Tutte queste informazioni stanno cominciando a diffondersi tra la gente comune, tanto che l'orientamento degli italiani, come ha rilevato un recente sondaggio, si sta spostando a maggioranza verso opinioni contrarie al ritorno all'atomo.
Non è un caso che dopo essere partito di gran carriera, con annunci a ripetizione, il governo abbia finito per spostare la definizione dei siti idonei a dopo le prossime elezioni regionali. Evidentemente si teme lo scarso gradimento da parte degli elettori.
A conferma di questi timori del governo, la legge che riapre le porte al nucleare prevede che i siti siano sottoposti al segreto militare ed esautora governi locali e regionali dal processo di definizione delle localizzazioni.
Ci troviamo di fronte a un'idea vecchia di sviluppo, fatta di grandi centrali che consentano a pochi produttori di controllare il mercato dell'energia. All'opposto, noi pensiamo che oggi la crisi energetica e climatica possano essere vinte solo se ci si avvia con coraggio verso un'economia a bassa emissione di CO2 e un sistema di produzione dell'energia distribuita sul territorio e vicino ai bisogni dei consumatori. La crisi economica, in questa prospettiva, rappresenta un'occasione che non possiamo sprecare.


Vittorio Cogliati Dezza (presidente Legambiente) da Terra

martedì 21 aprile 2009

NUCLEARE: BLITZ GREENPEACE A SCANZANO, SITO SCORIE IN PARCO GIOCHI

(ASCA) - Scanzano Jonico, 21 apr - ''Dopo sessant'anni di ricerca, - afferma Greenpeace - tutti i problemi del nucleare rimangono ancora irrisolti: dalla gestione delle scorie alla sicurezza degli impianti, dalla limitatezza delle risorse di Uranio agli altissimi costi di costruzione. Un ritorno dell'Italia al nucleare non servira' neppure per tagliare le emissioni di gas a effetto serra del 20 per cento al 2020, in quanto i reattori non entrerebbero in funzione prima di quella data''.

''La politica energetica dell'Italia va esattamente nella direzione opposta rispetto agli impegni di riduzione delle emissioni di gas serra e di sviluppo delle fonti rinnovabili'', afferma Francesco Tedesco, responsabile delle campagna Energia e Clima di Greenpeace. ''Assistiamo infatti al ritorno a scelte sporche e pericolose, come carbone e nucleare''.

''I pozzi di Scanzano vanno chiusi al piu' presto e la regione Basilicata deve annunciare pubblicamente che non e' disponibile a subire nessun deposito nucleare sul proprio territorio'' conclude Alessandro Gianni', Direttore delle Campagne di Greenpeace.

da asca.it

lunedì 20 aprile 2009

G8:AMBIENTE;DA SIRACUSA A COPENAGHEN,OGGI A ROMA VERDI E ONG

(ANSA) - ROMA, 20 APR - Oggi dalle 15,00, a Roma, alla vigilia del G8 Ambiente che si terra' a Siracusa dal 22 al 24 aprile, eletti Verdi, rappresentanti delle Ong ambientaliste e della societa' civile discuteranno nel corso di un convegno intitolato ''Da Siracusa a Copenaghen: per un accordo globale contro i cambiamenti climatici'' degli obiettivi da raggiungere entro il 2020 per la riduzione delle emissioni CO2 e di altri gas a effetto serra. I Verdi europei hanno invitato alcuni esperti italiani ed europei che presenteranno un piano sul potenziale delle energie rinnovabili in Italia. Sono stati invitati anche degli industriali italiani che lavorano nel settore delle energie rinnovabili. I Verdi europei si soffermeranno sulla situazione italiana, anche in virtu' del fatto che il Senato italiano ha recentemente adottato una risoluzione che, caso unico in Europa, nega l'esistenza dei cambiamenti climatici. Gli organizzatori ricordano che l'Unione europea si e' impegnata a ridurre le emissioni dell'8% per il periodo 2008-2012 e del 20% entro il 2020 (oppure del 30% se si trovera' un accordo internazionale a Copenaghen). (ANSA). KYW

da ansa.it

Giovedì Forum internazionale "L'energia di domani"

(Teleborsa) - Roma, 20 apr - La politica energetica dell'Amministrazione Obama di fronte alla crisi sarà al centro della relazione che terrà al Forum di giovedì 23 aprile Kathleen Kennedy Townsend, Professore della Georgetown University e dell'Harvard University nonché ex vicegovernatore dello Stato del Maryland. Lo si legge in una nota di Coldiretti.
Saranno presenti anche Vandana Shiva, Fondatrice Navdanya che interverrà al Forum sul tema del rapporto tra energia e cibo, mentre di economia ed energia parleranno Pia Saraceno Amministratore Delegato, REF e Adnan Shihab-Eldin, Senior Advisor, Oxford Institute for Energy Studies e già Segretario Generale e Direttore Ricerche, OPEC.
Sulla realtà attuale e sulle prospettive future delle energie rinnovabili intervengono Gennaro De Michele, Responsabile delle Politiche di Ricerca e Sviluppo dell' Enel ed Emanuele Oberto Tarena della Direzione Marketing Privati, Agricoltura & Energie Rinnovabili dell'Intesa Sanpaolo.
Sarà il Presidente della Coldiretti Veneto Giorgio Piazza a introdurre i lavori che si concluderanno con una tavola rotonda su "Commestibili e Combustibili" alla quale partecipano il Cardinale Angelo Scola, Patriarca di Venezia, Paolo Scarpa Bonazza Buora, Presidente della Commissione Agricoltura del Senato della Repubblica e il Presidente della Coldiretti Sergio Marini.
In vista dei ponti di primavera, nell'ambito del Forum verrà anche allestito, su un vero prato in riva al Canal Grande, il primo picnic a "basso impatto ambientale" con le attrezzature innovative, i prodotti e i consigli, per rendere il boom del tradizionale incontro con il verde piu' sostenibile dal punto di vista ecologico ed energetico.

da finanza.repubblica.it

mercoledì 15 aprile 2009

ECO-ENERGIA: DAL 2018 OBBLIGO DI IMMOBILI ZERO ENERGIA

- BRUXELLES - Tutti gli immobili costruiti dopo il 31 dicembre 2018 dovranno essere autonomi per il consumo energetico. Dovranno cioe' produrre tanta energia quanta ne consumano sul posto. L'orientamento e' stato votato dal Comitato Industria, Ricerca, Energia,(ITRE) del Parlamento europeo, impegnato a rivedere la direttiva comunitaria del 2002 sul rendimento energetico degli immobili. Gli europarlamentari hanno anche sollecitato un maggior investimento pubblico per promuovere l'efficienza energetica degli edifici. Secondo la decisione adottata dal Comitato, che verra' votata alla plenaria del 4/7 maggio, entro la data limite del 31 dicembre 2018 gli stati membri dell'Unione europea dovranno assicurarsi che tutti i nuovi edifici consumino tanta energia quanta ne producono, per esempio sfruttando i pannelli solari o le pompe di calore Al provvedimento non sfugge il patrimonio immobiliare esistente. Il Comitato ha votato, infatti, anche a favore di obiettivi nazionali intermedi per gli stabili esistenti. Cosi', per esempio, si dovranno fissare percentuali minime di edifici ad energia zero rispettivamente nel 2015 e nel 2020. Ma come viene definito un immobile a zero energia. Per il momento gli europarlamentari lo definiscono tale ''dove, come risultato di un livello molto alto di rendimento energetico dell'immobile, il consumo totale annuale di energia primaria e' uguale o inferiore alla produzione energetica ottenuta in loco con le energie rinnovabili''. Sara', pero' la Commissione europea a dover studiare nel dettaglio, entro il 2010, una definizione comune per '' gli immobili a energia netta zero''.

da ansa.it

martedì 7 aprile 2009

«Con l'energia rinnovabile in Puglia 5 miliardi €»

BARI - «Le energie rinnovabili possono portare in Puglia investimenti per 5 miliardi di euro, ma per non perdere il treno della green economy è necessario semplificare le procedure autorizzative ». Paride De Masi, patron della Italgest, ha lanciato ieri in Confindustria la sua previsione sul futuro delle rinnovabili: un settore che già vede la Puglia prima in Italia per produzione eolica e fotovoltaica. Una macchina lanciata a forte velocità di cui è necessario governare la traiettoria, tra istanze di crescita e tutela dell’ambiente. Anche perché, dopo vento e sole, alla porta bussano le biomasse. Il convegno di ieri, organizzato da Italgest e Enel Green Power e moderato dal direttore responsabile della «Gazzetta» Giuseppe De Tomaso, ha visto Nichi Vendola scandire le linee dello sviluppo possibile: «Siamo a 56 megawatt di fotovoltaico solare e a 960 megawatt di eolico e ne abbiamo altrettanti autorizzati», ha detto il governatore, che ha invitato a guardare l’energia «come a un pezzo del sistema di cui fanno parte acqua e rifiuti». Ed ha insistito, Vendola, su uno dei problemi principali, quello della congestione delle dorsali elettriche: «La Puglia - ha spiegato - esporta l’86% dell’energia che produce, lo fa in maniera rallentata perchè ci sono problemi sulla rete di trasmissione: perché deve farsi carico anche di pagare le multe? Non solo produciamo energia per la Padania, ma dobbiamo anche pagare la loro bolletta elettrica».

A Vendola ha risposto, indirettamente, Stefano Tosi di Terna: è stato programmato - ha detto - il potenziamento dell’infrastruttura di rete così da garantire il pieno utilizzo dei 1.600 MW di potenza in più previsti nei prossimi anni. Ma anche qui, ha avvertito, c’è il problema degli enti locali che spesso non remano nella stessa direzione. «Ai sindaci - è l’appello di Nicola De Bar tolomeo, presidente regionale di Confindustria - chiedo di abbracciare con convinzione questo campo innovativo: dimostriamo di essere un popolo concreto».

L’altro nodo dello sviluppo è la lentezza dei processi autorizzativi. Ma qui - garantisce l’assessore regionale all’Ecologia, Michele Losappio, si sta facendo molto. «A oggi - ha detto Losappio - sono circa 170 le domande per impianti eolici ancora in attesa di essere esaminate, rispetto alle 484 presentate dal 2002». La Regione sta lavorando per risolvere il problema della legge 31/2008, impugnata dal governo: «Siamo pronti a ragionare sul divieto di installare il fotovoltaico in aree protette così come sulle Dia, ma difenderemo la norma degli accordi di programma così come quella che chiede di presentare i progetti insieme ad adeguate garanzie bancarie».

Gli fa eco Roberto Longo, presidente dell’Aper (associazione dei produttori): «Siamo anche noi per uno sviluppo regolato, e la Puglia sta facendo bene. Giusto contrastare chi presenta domande per prendere il numero di protocollo, sbagliato ostacolare il professionista che sviluppa un progetto serio e rispettoso delle regole. E sbagliato anche dare una corsia preferenziale ai progetti degli enti locali, che così diventano nostri concorrenti».

Losappio ha parlato di «un gran numero di richieste» per impianti fotovoltaici, tra cui un insediamento da 150 MW (3 volte la potenza installata in Puglia). Un’effervescenza che spiega il grande interesse del mondo bancario. Oltre ad Mps Finance (rappresentata dal vicedirettore generale Gabriele Gori), ieri è intervenuto anche l’ad di Banca Popolare di Bari, Marco Jacobini: «Nel 2009 - ha detto - abbiamo stanziato 45 milioni per finanziare le imprese che operano nelle rinnovabili. Il nostro compito è essere molto attenti al livello qualitativo delle proposte. L’energia verde? Deve garantire un modello di sviluppo compatibile, ma non alternativo, al nucleare». Tema su cui Vendola continua a esprimere il suo fermo no. «È una risorsa che va gestita in modo molto particolare - è invece l’opinione di Francesco Starace, presidente di Enel Green Power - se in Italia se ne ricreano le condizioni, non vedo perché non approfittarne».
MASSIMILIANO SCAGLIARINI
da lagazzettadelmezzogiorno.it